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In viaggio per conto del comune fiorentino

Il notevole prestigio sociale acquisito e la fama letteraria crescente guadagnano a Boccaccio una posizione di spicco nella vita politica fiorentina durante il decennio compreso tra il 1350 e il 1360. Tra le cariche ricoperte vi è quella di Camerlengo della Camera del Comune nel 1351; nel 1355 è all’Ufficio della Condotta. Numerose sono le ambascerie svolte per conto di Firenze, nelle quali può dare prova della propria abilità diplomatica. Nel 1350 è incaricato di consegnare alla figlia di Dante, suor Beatrice, residente presso il monastero di Santo Stefano dell’Uliva di Ravenna, un simbolico indennizzo di dieci fiorini d’oro, voluto dai capitani della Compagnia d’Orsanmichele a copertura delle perdite subite dalla famiglia Alighieri.

L’anno successivo si reca da Ludovico il Bavaro per trattare un intervento contro l’arcivescovo Giovanni Visconti. Nel 1953 è di nuovo in Romagna, a Ravenna e a Forlì, per tutelare Firenze dalla manovra espansionistica viscontea; nel 1954, in occasione della discesa di Carlo IV, è impegnato ad Avignone in un’ambasceria presso papa Innocenzo VI; nel 1359 è inviato assieme al fratellastro Iacopo ad partes Lombardie. Nel 1360 fallisce il colpo di stato nel quale sono coinvolti molti amici di Giovanni Boccaccio: Domenico Bandini e Niccolò Bartolo del Buono vengono condannati a morte; Pino de’ Rossi, Luca Ugolini e Andrea dell’Ischia sono esiliati. Giovanni Boccaccio è sospeso da ogni incarico e allontanato dalla scena politica. Al 2 di novembre di quest’anno data la bolla papale che lo autorizza alla cura delle anime e al sacerdozio, sancendone ufficialmente la condizione di chierico.

Solo nel 1365 Boccaccio sarà di nuovo legato del Comune di Firenze ad Avignone, per appoggiare il progetto di rientro a Roma di Urbano V e, due anni dopo, raggiungerà il pontefice in Vaticano, in qualità di messo del comune fiorentino, per congratularsi dell’avvenuto trasloco della santa sede.

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