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Percorso testuale   Home Page > Percorso testuale > Tra Napoli e Firenze > Teseida: La seduzione dell’epica rima

Teseida

La seduzione dell’epica

fotografia Nel De vulgari eloquentia: II, 2 Dante aveva lamentato l’assenza di un’epica volgare: “Arma vero nullum latium adhuc invenio poetasse[1]. Quasi a raccogliere il monito dantesco, Boccaccio decide di cimentarsi nell’impresa, mettendo mano tra il 1339 e il 1340 alla composizione del Teseida. Di questo poema in ottave, suddiviso in dodici libri, sul modello dell’Eneide virgiliana e della Tebaide di Stazio, possediamo una copia autografa postillata, il cod. Laurenziano Acquisti e Doni 325. La stesura deve essere iniziata a Napoli, se nella Sacre famis, redatta nel 1339, Boccaccio chiede all’ignoto destinatario dell’epistola latina di procurargli una copia glossata della Tebaide per ultimare il lavoro, probabilmente concluso a Firenze.

Ispirato alle storie del ciclo tebano, il poema si apre con la narrazione delle imprese di Teseo che, dopo una fortunata spedizione contro le Amazzoni, rientra in Atene e assume il governo della città, mettendo fine alla tirannia di Creonte. Tra i prigionieri di guerra ci sono i nipoti di Cadmo, Arcita e Palemone. Dal carcere nel quale sono rinchiusi, i due giovani godono della vista della bella Emilia, cognata di Teseo, intenta a raccogliere fiori in un giardino, e si innamorano entrambi della ragazza. Arcita, per intercessione di un amico, viene liberato; Palemone, geloso di Emilia, che ora può essere avvicinata dal rivale, procura di riacquistare la libertà grazie a uno stratagemma e sfida a duello Arcita. Scoperti da Teseo, i giovani innamorati confessano al re la ragione del loro contendere. Teseo, toccato dal nobile sentimento amoroso dei duellanti, annulla la loro condanna e indice un torneo, il vincitore del quale potrà sposare Emilia. Arcita, raccomandandosi a Marte, riesce ad avere la meglio su Palemone, protetto da Venere. Ma le ferite riportate nello scontro uccidono il cavaliere che, in punto di morte, esige da Emilia la promessa di unirsi in matrimonio con Palemone.

[1]Dante, De Vulgari Eloquentia, a c. di S. Cecchin, Torino 1983, p. 98.

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