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Genealogie deorum gentilium

fotografia Il valore della poesia

Il codice Laurenziano Pluteo LII 9 ci trasmette una bella copia autografa delle Genealogie, redatta tra 1365 e 1370. Su questo esemplare si depositano in tempi successivi glosse e aggiunte marginali, che attestano un lavorio incessante sul testo, probabilmente al fine di adeguare la narrazione alle ultime acquisizioni letterarie dell’autore. La modalità con la quale Boccaccio interviene sul Laurenziano ricorda da vicino alcune delle caratteristiche della trascrizione autografa del Decameron, tràdita dal manoscritto hamiltoniano 90. In particolare, l’attitudine a conservare presso il proprio scrittoio copie di servizio da rielaborare, orienta verso un’idea della composizione letteraria come progetto in fieri, opera aperta, mai definitivamente conclusa.

I due libri finali delle Genealogie rivestono un’importanza notevole come documenti metaletterari. Boccaccio interviene in difesa della poesia e della propria dignità letteraria, ribadendo la superiorità dello scrittore rispetto a chi esercita altre arti, sulla scia della polemica sollevata da Petrarca. Alla proclamazione di una milizia delle lettere, che prefigura un modello di intellettuale integrato e “engagé”, si associano affermazioni sul senso recondito della poesia. Solo il velo poetico è capace di nascondere sotto un “integumentum” raffinato e retoricamente elaborato la realtà filosofica e teologica e di svolger quindi un’insostituibile opera di mediazione verso la conoscenza della verità. Boccaccio recupera il nesso poesia-teologia, caro alle Esposizioni sulla Commedia e al Trattatello in laude di Dante:

Habet enim suas inventiones rethorica, verum apud integumenta fictionum nulle sunt rethorice partes; mera poesis est, quicquid sub velamento componitur et exponitur exquisite. (Genealogie: XIV, VII, 8[1]).

[1]Genealogie deorum gentilium, a c. di V. Zaccaria, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio. a c. di V. Branca, vol. 7-8.2, Milano 1998, p. 1402.

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