UMBERTO SABA. LA POESIA DI UNA VITA - Lina e Linuccia

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 UMBERTO SABA. LA POESIA DI UNA VITA

  Lina e Linuccia
Lina e Linuccia  

Nella poesia di Saba Lina rappresenta la figura femminile dominante, quella che il poeta stesso definisce se non la sola, certo la più importante, la regina.
Si erano conosciuti nel 1904, durante una licenza del servizio militare, grazie all’amico Giorgio Fano che per primo parlò al poeta di una ragazza che, da anni,era in attesa di un fidanzato scappato a Fiume a causa di una repressione austriaca.
Si sposarono il 28 febbraio 1909 nel tempio detto Scuola Vivante, all’inizio di Via del Monte, tanto cara a Saba e, dopo un breve viaggio di nozze a Firenze, andarono ad abitare a Chiarbola Superiore 91 (poi strada di Fiume 53), lo scenario delle raccolte di poesie Casa e campagna e
Trieste e una donna.
   

Nel corso del matrimonio ci furono periodi duri, una separazione, ma Lina è sempre stata nel cuore di Saba fin nelle ultime pagine del Canzoniere: una donna che egli ha amato anche attraverso la figlia Linuccia, a cui sono dedicate poche liriche, disseminate però lungo tutta l’opera.

  
   
A Firenze durante il viaggio di nozze.

C’era una volta un giovane (niente affatto favoloso; solo un poco inquieto, solo un poco «ammalato di nervi») che si chiamava Umberto. Nato a Trieste, ma cittadino italiano dalla nascita, faceva il soldato di leva in una città del Regno. Il primo a parlargli della Lina fu un innamorato della sorella più giovane. A tutto egli pensava, in quegli anni remoti, fuori che a sposarsi. Ottenuta la licenza, ritornò a Trieste, dove andò subito in cerca della Lina. Sapeva che abitava in via Domenico Rossetti, ma ignorava (o l’aveva già dimenticato?) il numero della casa. Procedeva – per così dire – alla cieca, quando, alzando gli occhi ad un pianterreno, vide una donna bruna, coi capelli nerissimi, che le ricadevano inanellati fin sulle spalle, intenta ad innaffiare dei vasi di gerani, esposti, perché prendessero aria, alla finestra. Capì – sentì – subito che quella, o nessun’altra, era sua moglie. La guardò intensamente; poi disse: «Mi scusi, signorina, è lei Lina?».
«E lei» rispose, sorridendo, la Lina «è Umberto».
Da quello sguardo in su e da quel sorriso da quella finestra infiorata, sei nata, alcuni anni dopo, tu, figlia mia Linuccia. Ed io, io ho sposato la donna più ingiusta, più crudele (sempre verso «altre donne», e mai per gelosia amorosa), più feroce, che mi sia stato dato conoscere al mondo. E, al tempo stesso, la più prossima, la più vocata ad una forma personale di santità. Ricordo alcune sue azioni, che sfioravano, quasi, l’omicidio.Cinque minuti dopo, o anche prima, la voce, una parola, un sorriso, la
bontà, l’umanità profonda, e, sopra ogni cosa, quell’indefinibile «lume interno» che emanava dalla sua sola presenza, cancellava, e al di là, ogni «colpa»
che potesse aver avuta.
Come di un vecchio che sogna
(1957)

 
 

 

Alla mia lina..

Il 24 gennaio 1910 nasce la figlia Linuccia, che Saba costrinse ad affidare a una balia: i rapporti tra i coniugi subirono un momento di crisi che culminerà nel 1911 in una temporanea separazione. Lina, la cui ribellione sfocia nel tradimento, riprende la figlia e va a vivere da sola in via Rossetti, Saba invece torna dalla madre in via San Giacomo. Nel maggio 1912 i coniugi cercano di risolvere la crisi lasciando Trieste e trasferendosi a Bologna.

   

Al tempo della nostra vita a Bologna, la più dolorosa e, per me, la più feconda, in quella città tanto bella e tanto fatta per la felicità, sotto il suo cielo così azzurro, fra le sue pietre rosse, che sembrano chiudere un immenso e pur temperato ardore, il disperato amore della vita e il bisogno di morire raggiunsero in me la loro acuità suprema.
Allora tu, per divagarmi, mi parlavi di persone e di fatti, che per aspetti singolari o pietosamente ridicoli, avevano colpito la tua immaginazione, toccato il tuo cuore profondo. Ogni volta che ritorno a Bologna non posso fare a meno di commuovermi alla vista della sua singolare bellezza. E’ bene la città nella quale ho maggiormente sofferto, la città della Serena disperazione e dell’Eterna lite. Ma è anche, più di quella nella quale sei nata e vissuta, la tua città. Così almeno mi pare oggi; mi pare che qualcosa dell’anima tua, di cui non ho conosciuta l’uguale, abbia di sé impregnato per sempre le sue pietre rosse.

Prefazione per L’eterna lite (1923)

  
  
Lina

ED AMAI NUOVAMENTE; E FU DI LINA
DAL ROSSO SCIALLE IL PIÙ DELLA MIA VITA.
QUELLA CHE CRESCE ACCANTO A NOI, BAMBINA
DAGLI OCCHI AZZURRI, È DAL SUO GREMBO USCITA.

TRIESTE È LA CITTÀ, LA DONNA È LINA,
PER CUI SCRISSI IL MIO LIBRO DI PIÙ ARDITA SINCERITÀ; NÉ DALLA SUA FU FIN’
AD OGGI L’ANIMA MIA PARTITA.

OGNI ALTRO CONOBBI UMANO AMORE;
MA PER LINA VORREI DI NUOVO UN’ALTRA
VITA, DI NUOVO VORREI COMINCIARE.

PER L’ALTEZZE L’AMAI DEL SUO DOLORE;
PERCHÉ TUTTO FU AL MONDO, E NON MAI SCALTRA,
E TUTTO SEPPE, E NON SE STESSA, AMARE.

(da Autobiografia, 1924)

 
  
Trieste

Dopo un breve soggiorno a Milano, allo scoppio della prima guerra mondiale il poeta venne richiamato alle armi. Al termine del conflitto, la famiglia Saba tornò a Trieste nel febbraio 1919 e andò a vivere in via Chiozza
(ora via Crispi) 56. I rapporti tra i due coniugi non erano facili a causa della diversità dei caratteri: passionale e vitale lei, scontroso e solitario lui.

UN MARITO CHE GIÀ OSTENTA UN RIMPIANTO
DI LIBERTÀ, UNA MOGLIE GELOSA;
NON V’HA, DICO, UNA COSA
CHE DAI MOLTI DISTINGUA, AMICA, NOI,

NOI CHE RECHIAMO IN CUORE
I NOSTRI DUE AVVERSI DESTINI
D’ARTE E D’AMORE

da Dopo una passeggiata, "Trieste e una donna".

  
LinucciaLinuccia

Linuccia, l’unica figlia di Umberto Saba, eredita dal padre i bellissimi occhi azzurri e dalla madre la personalità volitiva. Il rapporto del poeta con la bimba e più tardi con la giovane donna è pieno di contraddizioni, in bilico tra complicità e contrasto. La figlia sarà custode fedele e esegeta attenta al lavoro del padre.

   
Favola                Linuccia               Protorosaurus
  

 

Umberto Saba

     

RITRATTO DELLA MIA BAMBINA

LA MIA BAMBINA CON LA PALLA IN MANO,
CON GLI OCCHI GRANDI COLORE DEL CIELO
E DELL’ESTIVA FESTICCIOLA: «BABBO
-MI DISSE- VOGLIO USCIRE OGGI CON TE».
ED IO PENSAVO: DI TANTE PARVENZE
CHE S’AMMIRANO AL MONDO, IO BEN SO A QUALI
POSSA LA MIA BAMBINA ASSOMIGLIARE.
CERTO ALLA SCHIUMA, ALLA MARINA SCHIUMA
CHE SULL’ONDE BIANCHEGGIA, A QUELLA SCIA
CH’ESCE AZZURRA DAI TETTI E IL VENTO SPERDE;
COME ALLE NUBI, INSENSIBILI NUBI
CHE SI FANNO E DISFANNO IN CHIARO CIELO;
E AD ALTRE COSE LEGGERE E VAGANTI.

(da Cose leggere e vaganti, 1920).

   
Lina

Dopo una lunga e tormentata malattia, il 25 novembre 1956 muore Lina, la compagna di una vita.
Tua madre, che non era una letterata, e passò due terzi
della vita in cucina, ad ammannire per i suoi cari cibi non
molto variati, ma dai quali emanava, come da un uguale
centro affettivo, un uguale irradiante calore (l’inconfondibile impronta di un modo di esistere e, quindi, di uno stile) ripiegò – per così dire – sulle polpette, quando, partita te per un diverso destino, la casa rimase quella di due poveri vecchi, che cercavano di celarsi a vicenda il desiderio egoistico di essere il primo a morire, per non dover rimanere solo sulla terra.

(da Le polpette al pomodoro, 1957).

  
Lettera a Lina

CIELO

LA BUONA, LA MERAVIGLIOSA LINA
SPALANCA LA FINESTRA PERCHÉ VEDA
IL CIELO IMMENSO.

QUI TRANQUILLO A RIPOSO, DOVE PENSO
CHE HO DATO INVANO, CHE LA FINE APPROSSIMA,
PIÙ MI PIACE QUEL CIELO, QUELLE RONDINI,
QUELLE NUBI. NON CHIEDO ALTRO.
FUMARE
LA MIA PIPA IN SILENZIO COME UN VECCHIO
LUPO DI MARE

(da Uccelli, 1948)

  
Lina

Dio mio, Linuccia, com’era bella allora tua madre! E come era bella, allora, la nostra città!
Tutto questo mondo, adesso, è morto: da qualche mese è morta, a quasi ottant’anni, anche tua madre. Ma è poi morta? Io non lo so; e nessuno – temo – lo sa con certezza. Montale, in un elzeviro apparso sul «Corriere d’Informazioni», e per il quale lo ringrazio ancora, parla del suo transito come di una «mera apparenza fenomenica». Vorrei esserne certo; ma. Intanto, e nell’attesa di raggiungerla (se raggiungibile è) io, qualche volta, la vedo. Steso sul letto di un ospedale, sono i soli momenti per me sopportabili; o, almeno, quelli che mi aiutano di più a
sopravviverle e a sopravvivermi. Ha sul volto un sorriso mesto ed ineffabile (quale non le vidi mai da viva).
Trieste come la vide, un tempo, Saba (1957).