UMBERTO SABA. LA POESIA DI UNA VITA - Saba e la psicoanalisi

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 UMBERTO SABA. LA POESIA DI UNA VITA

Saba e la psicoanalisi

Edoardo Weiss

Edoardo Weiss
(Trieste 1889-Chicago 1948),
membro effettivo della
Società psicoanalitica di
Vienna e della Associazione internazionale psicoanalitica,
si laurea a Vienna nel 1914.
Esercita a Trieste e a Roma,
dove fonda nel 1932 la
Società Psicoanalitica Italiana,
finché,nel 1939, si trasferisce
a Chicago a seguito delle leggi
razziali.

       

L’incontro con la psicoanalisi
 
Saba scherzava con Carlo Levi attribuendo l’euforia dell’amico al segno del Sagittario e il suo disagio interiore al segno dei Pesci. Fu l’incontro con il medico triestino Edoardo Weiss a sciogliere il groviglio delle sue angosce e a renderle manifeste nella sua poesia. Saba iniziò la terapia con Weiss nel 1929 e la terminò nel 1931 quando il medico si trasferì a Roma.
In una lettera del 13 settembre 1929, firmata Berto, Saba scrive a Debenedetti di avere avuto una crisi nervosa che lo aveva portato vicino al suicidio: « Devi sapere che alla radice della mia malattia stava la mancanza del padre: ma come, in qual senso e con quali conseguenze è cosa incredibile e vera.» (La spada d’amore cit.)

Nel 1952 Saba scrive a Vittorio Sereni: «In realtà, più che guarire, personalmente, ho capito molte cose dell’anima umana, che prima mi erano non solo oscure, ma addirittura insospettate. La cosa peggiore della mia infanzia fu l’assenza di un padre (buono o cattivo) e il dott. Weiss supplì, fino a un certo punto, a questa mancanza. »
Il tema della lacerazione affettiva conseguente al dissesto familiare compare già nei sonetti di Autobiografia

  

Sigmund Freud

Sigmund Freud (1856-1939)

 

QUANDO NACQUI MIA MADRE NE PIANGEVA,
SOLA, LA NOTTE, NEL DESERTO LETTO.
PER ME, PER LEI CHE IL DOLORE STRUGGEVA,
TRAFFICAVANO I SUOI CARI NEL GHETTO.

DA SÉ IL PIÙ VECCHIO LE SPESE FACEVA,
PER RISPARMIO, E PIÙ FORSE PER DILETTO.
CON DUE FIORINI UN CAPPONE METTEVA
NEL SUO GRANDE TURCHINO FAZZOLETTO.

COME BELLA DOVEVA ESSERE ALLORA
LA MIA CITTÀ: TUTTA UN MERCATO APERTO!
DI MOLTO VERDE, USCENDO CON MIA MADRE,

IO, COME IN SOGNO, MI RICORDO ANCORA.
MA DI MALINCONIA FUI TOSTO ESPERTO;
UNICO FIGLIO CHE HA LONTANO IL PADRE.
Autobiografia (1924)

Saba con la moglie Lina

Pare che a Trieste per dire «un uomo» si dica «un mato»: foto di Saba con la moglie Lina e una dedica umoristica sulla pazzia.

Lettera a Weiss

Lettera a Weiss


Lettera a Weiss

Lettera a Bollea

Lettere a Bollea


La poesiasi trova in Parole

La poesia si trova in Parole
(1933-34)


Trieste

La psicoanalisi e la poesia

Il carteggio che Saba intrattiene con Weiss, con il suo allievo Joachim Flescher e poi con Giovanni Bollea è di grande interesse per comprendere l’aspro cammino che trasforma in un potente farmaco la sua poesia.
Lo stesso Freud scrive a Weiss di Saba (Lettere sulla psicoanalisi, SE 1994):
«Non credo che il suo paziente potrà mai guarire del tutto. Al più uscirà dalla cura molto più illuminato su se stesso e sugli altri. Ma, se è un vero poeta, la poesia rappresenta un compenso troppo forte alla nevrosi, perché possa
interamente rinunciare ai benefici della sua malattia».
Sulla <<Fiera Letteraria>>, nel 1946, Saba difende la psicoanalisi dalle critiche di Croce, spiegando che attraverso di essa il poeta può ritrovare in sé la
«scontrosa grazia» del «ragazzaccio aspro e vorace» e guardare il mondo con i suoi occhi trasformando in amore l’angoscia infantile. A Edoardo Weiss, «il padre sostituto», Saba dedica Il piccolo Berto.
«Il piccolo Berto è una specie di «amoroso colloquio» , non solo fra il poeta e la sua nutrice, ma, e più ancora, fra il poeta prossimo alla cinquantina e il bambino – quel
particolare bambino – ch’era stato (o immaginava di essere stato) tanti anni prima.»
Umberto Saba, Storia e cronistoria del Canzoniere.
Il piccolo Berto (1929-31), in Prose, cit. pg 260


TRE POESIE ALLA MIA BALIA
UN GRIDO
S’ALZA DI BIMBO SULLE SCALE. E PIANGE
ANCHE LA DONNA CHE VA VIA. SI FRANGE
PER SEMPRE UN CUORE IN QUEL MOMENTO.
ADESSO
SONO PASSATI QUARANT’ANNI.
IL BIMBO
È UN UOMO ADESSO, QUASI UN VECCHIO, ESPERTO
DI MOLTI BENI E MOLTI MALI. È UMBERTO
SABA QUEL BIMBO. E VA, DI PACE IN CERCA,
A CONVERSARE COLLA SUA NUTRICE;
CHE ANCH’ELLA FU DI LASCIARLO INFELICE
NON VOLONTARIA LO LASCIAVA. IL MONDO
FU A LUI SOSPETTO D’ALLORA, FU SEMPRE
(O TALE ALMENO GLI PARVE) NEMICO.

APPESO AL MURO È UN OROLOGIO ANTICO
COSÌ CHE MANDA UN SUONO QUASI MORTO.
LO REGOLAVA NEL TEMPO FELICE
IL DOLCE BALIO; È UN CARO A LUI CONFORTO
REGOLARLO IN SUO LUOGO. ANCHE GLI PIACE
A SERA ACCENDERE IL LUME, RESTARE
DA LEI GLI PIACE, FINCH’ELLA GLI DICE:

<<È TARDI. TORNA DA TUA MOGLIE, BERTO>>.
Il piccolo Berto (1929-1931). 

Carlo Levi ritrae Saba mentre scrive

Carlo Levi ritrae Saba mentre scrive