Giuseppe Verdi: un mito italiano - il mondo musicale contemporaneo

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Giuseppe Verdi: un mito italiano

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Quando Verdi si affaccia nel mondo dell’opera italiana alla fine degli anni 30, ancora predominavano le figure di Bellini, Doninzetti e Rossini, che all’epoca stava componendo il “Guglielmo Tell”. Oltre ai “mostri sacri”, Verdi doveva farsi spazio all’interno di un settore come quello del Melodramma, che non solo era caratterizzato da una forte concorrenza ma che era, in un certo senso, l’unica vera industria a livello internazionale di un paese la cui economia continuava ad essere eminentemente agricola. Non era facile per un giovane compositore entrare in questo mondo, e più difficile era poi rimanerci. Vi erano decine e decine di musicisti, che trionfavano con un titolo fortunato, ai quali successivamente il pubblico voltava le spalle, condannandoli al fallimento e all’oblio. Nell’ambiente musicale italiano si bruciavano, con un’intensa rapidità e con una spietata indifferenza, nomi di compositori e titoli di opere. Nell’epoca in cui Verdi debuttò, si prevedeva, ad esempio, un grande futuro per Giuseppe Saverio Raffaele Mercadante, nativo di Apulia e discepolo della scuola napoletana. Mercadante aveva ottenuto un grande successo al Teatro della Scala di Milano nel 1837 con il “Giuramento” e nel 1839, al S. Carlo di Napoli con il “Bravo”.
Il musicista di Busseto, o “l’osso di Roncole”, come Verdi si definiva, non ebbe eccessivi problemi per ottenere grande successo in patria, dove non tardò a conquistare il primato assoluto. A livello europeo, invece, dovette vedersela con compositori di gran prestigio, tra i quali, senza dubbio, il più importante era il tedesco Giacomo Meyerbeer, che si era formato grazie a contatti con la scuola italiana e aveva ottenuto fama prima di tutto in Italia, dove i suoi lavori, da “Emma di Resburgo” al “Crociato in Egitto”, ebbero molto successo.
 
 
Sulla scia di questi successi, Meyerbeer si stabilì in Francia, dove diventò il protagonista più rinomato della grand-opéra parigina, genere che si caratterizzava per la grandezza scenografica e musicale, con scenografie spettacolari, i cui costi si potevano affrontare solamente grazie alle dotazioni di fondi pubblici quali quelli che venivano assegnati dal Teatro dell’Opera di Parigi.
In generale, le sue fonti d’ispirazione erano i grandi avvenimenti storici, ricchi di passioni e contrasti poderosi, che davano modo al compositore di esprimersi attraverso una musica di grande efficacia e di lunga durata, che si concludeva immancabilmente con dei balletti.
Meyerbeer si affermò in questo genere, attingendo alla collaborazione con il più celebre e fecondo librettista francese Eugéne Scribe. “Robert le Diable”, “Les Huguentos”, “L’africaine” e “Le prophéte” sono le opere degli anni ‘30 e ‘40 che lo tramutarono nel compositore preferito dal pubblico di Parigi. Tutto questo indusse Verdi a preparare con grande attenzione il suo debutto nella capitale francese, con “Les Vêpres Siciliennes
(I Vespri Siciliani), cosciente che questa sfida avrebbe potuto pregiudicarlo gravemente o consacrarlo a livello internazionale.
Bisogna aggiungere che, alcuni anni più tardi, nella stessa città, fallì clamorosamente, con “Tannhäuser”, lo stesso Richard Wagner, la cui figura, all’interno dei decenni del ‘70 e dell’80, si opporrà sempre più a Verdi. Wagner era visto come l’artefice di una nuova musica e di una nuova concezione rivoluzionaria del teatro, agli antipodi del melodramma tradizionale. Le convinzioni verdiane in materia di drammaturgia rivelano sorprendenti punti di contatto con l’estetica di Wagner.
 
 
 
Berlioz
Hector Berlioz (1803 – 1869)
Parma – Istituto nazionale di studi verdiani
 

In effetti, i due autori perseguono l’ideale di un teatro libero dagli schemi convenzionali, un teatro nel quale si devono fondere poesia e musica in un’unità impossibile da scindere. In una lettera a Cammarano del 4 aprile 1851, che Verdi scrive mentre stava lavorando al “Trovatore”, leggiamo: “Mi sembrerebbe più ragionevole e giusto se nelle opere non ci fossero duetti, né terzetti, né cori, né finali, ecc.., ecc.. e che fossero di un solo pezzo."
Affermazione che rivela una sintonia di intenzioni con il grande rivale tedesco. D’altra parte, è certo che Verdi intuiva l’influenza che gli scritti e le teorie di Wagner potessero esercitare sui giovani compositori italiani, deviandoli dalla grande tradizione del nostro paese e spingendoli a imitare servilmente lo stile tedesco; non è meno certo il fatto Verdi capì la grandezza del suo antagonista: “Wagner non è una bestia feroce, come pretendono i puristi, né un profeta, come dicono i suoi apostoli. E’ un uomo di grande ingegno, al quale gli piacciono gli andamenti tortuosi, perché non sa percorrere quelli più facili e retti”. E quando Wagner morì nel 1883 Verdi, profondamente dispiaciuto, scrisse a Giulio Ricordi: “Triste, triste, triste! Wagner è morto! Quando ieri ho letto il dispaccio, sono rimasto atterrito! Non discutiamone! Una grande individualità scompare! Un uomo, che lascia un’impronta poderosissima nella storia dell’arte!”

 

 

 

  

Wagner

Richard Wagner (1813 – 1883)
Parma – Istituto nazionale di studi verdiani


Giacomo Meyerbeer

Giacomo Meyerbeer (1791 – 1864)
Parma – Istituto nazionale di studi verdiani


Giadino dell'armonia

Télroy
Giardino dell’armonia
litografia pubblicata da Bertauts, Parigi, dopo il 1870
Busseto – Casa Barezzi, Amici di Verdi


L'Africana

G. Meyerbeer
L’Africaine
Frontespizio della partitura per canto e piano
Parigi, Brandus & Dufor, senza data
Parma - Istituto nazionale di studi verdiani