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percorso biografico   Home Page > Percorso biografico > 1842-1873 > La lingua unitaria


La lingua unitaria                               

Nel gennaio del 1868 il ministro della Pubblica Istruzione Emilio Broglio nominò una commissione con l’incarico di formulare proposte utili a diffondere nel popolo l’uso della buona lingua e della buona pronuncia, e ne creò presidente Alessandro Manzoni, col quale fin dal 1851 aveva avuto scambi di idee sulla questione della lingua italiana. La commissione fu divisa in due sezioni, una milanese, di cui, oltre al Manzoni, facevano parte Ruggero Bonghi e Giulio Carcano, e un’altra fiorentina, composta da Raffaello Lambruschini, Niccolò Tommaseo, Giuseppe Bertoldi, Achille Mauri e Gino Capponi. Manzoni stese la sua proposta in pochi giorni e ne ebbe l’approvazione dagli altri due membri della sottocommissione. La relazione fu poi inviata al Broglio e fu pubblicata sulla “Nuova Antologia” e poi sulla “Perseveranza” col titolo Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla. Anche l’altra sezione, quella fiorentina, pubblicò pure la propria relazione, che però, nella sostanza, differiva da quella manzoniana al punto di contrapporvisi, in quanto i suoi membri ritenevano che non bastasse l’uso vivo del fiorentino colto contemporaneo a formare la buona lingua italiana, ma occorresse pure il ricorso ai buoni scrittori. Allora Manzoni si dimise dalla presidenza della commissione, che fu sciolta dal ministro, e scrisse una replica in forma di Appendice alla propria relazione. Ma la proposta manzoniana di promuovere la lingua parlata dalla borghesia fiorentina a lingua unitaria d’Italia divenne subito operativa. Il ministro Broglio costituì una giunta, presieduta da lui e formata dal Giorgini (genero del Manzoni), dal Fanfani e da altri lessicografi con il compito di avviare la compilazione del Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze, che sarebbe uscito fra il 1873 e il 1897. La diffusione della lingua unitaria fu favorita anche dai molti vocabolari regionali, che consentivano di tradurre dai dialetti all’italiano e da un insegnamento scolastico mirato a valorizzare la nuova lingua unitaria a scapito delle parlate locali (il che sembrò ad alcuni linguisti, come ad esempio l’Ascoli, una forzatura). 

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