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Boccaccio illustratore e copista di se stesso

Decameron

Un’opera aperta

Il Parigino italiano 482 (7260) della Bibliothèque Nationale di Parigi, (siglato P), fu copiato da Giovanni d’Agnolo Capponi negli anni Sessanta del Quattordicesimo secolo. I 17 disegni a penna e ombreggiati che ne abbelliscono pregevolmente le carte furono ritenuti già dal Marsand[1], estensore nel 1835 del catalogo del fondo italiano della biblioteca, tanto antichi da poter essere a buona ragione considerati contemporanei alla composizione del Decameron, e sono oggi riconosciuti di mano del Boccaccio[2], conferendo così al codice caratteristiche di parziale autografia e di possibile idiografia.

Oltre a soddisfare le esigenze della constitutio textus il confronto sistematico di B, Mn e P rappresenta un utile contributo allo studio delle varianti di autore. Nei manoscritti in questione sono state infatti riconosciute tre differenti fasi redazionali della raccolta di novelle, derivate, in tempi diversi, da un medesimo “esemplare di servizio” proveniente dallo scriptorium di Boccaccio.

Questo modello, continuamente rielaborato dall’autore, riflette quindi le caratteristiche di un originale “in movimento” e conferisce al Decameron il singolare statuto di un’opera aperta alle continue modifiche di Boccaccio. Secondo lo stemma proposto da Branca[3], P attesterebbe una redazione giovanile del Decameron licenziata intorno al 1350; Mn costituirebbe una versione successiva, databile agli anni ’70, e B, infine, sarebbe stato copiato dal Boccaccio poco prima della morte e rappresenterebbe pertanto l’ultimo grado di elaborazione cui giunse l’opera. L’analisi di queste testimoni consente pertanto di ricostruire le tappe diacroniche del processo compositivo dell’opera, permettendo un approccio di tipo genetico alla restitutio del testo decameroniano.

[1]A. Marsand, I Manoscritti italiani della Regia Biblioteca parigina, Parigi, 1835-38, vol. I, p. 31.

[2]M.G. Ciardi Dupré Dal Poggetto-V. Branca, Boccaccio “visualizzato” dal Boccaccio, “Studi sul Boccaccio”, 22 (1994), pp. 197-234.

[3]V. Branca, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio. II, Roma, 1991, p. 303.

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