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Poesie fatte per gioco e per scherzo

fotografia Appartengono al catalogo della produzione poetica di Castiglione anche numerosi componimenti in versi di varia forma e natura: non esercizi lirici veri e propri, ma abbozzi ludici improvvisati per le varie circostanze della vita di corte. Si tratta di testi privi di ambizione artistica o letteraria, nati per gioco o per scherzo e poi sommariamente registrati, al fine di serbarne ricordo. A Urbino, a Mantova e anche a Roma, secondo il costume del tempo, Castiglione ricorre alla sua prontezza e scaltrezza letteraria per improvvisare queste brevissime composizioni in versi, in cui, in maniera più o meno allusiva, viene abbozzato un ritratto del personaggio presente oppure un messaggio di complimento a lui indirizzato.

Sono motti galanti, insieme artificiosi e spontanei, senza pretese di originalità, in cui si riflette una divertente moda invalsa nelle corti italiane del primo Cinquecento; si può cogliere, in essi, il sintomo dell’importanza assunta da simili pratiche, in cui vengono mescolate arguzia e comicità, nel galateo rinascimentale, come documentato anche nel III libro del Cortegiano. Castiglione, in particolare, riserva queste sue improvvisazioni alle varie dame incontrate nei palazzi principeschi, e, per esempio, così si riferisce alla marchesa di Mantova Isabella d’Este: “Dal ciel scesa qua giù voi sete in terra, / donna, il cui valor si mostra chiaro / per dar al mondo pace, et torli guerra” (B. Castiglione, Rime e giochi di corte, a cura di M. Fantato, Mantova 2004, 81).

Alcuni di questi giochi in versi sembrano essere stati scritti in occasione delle feste celebrate a Mantova, per le nozze di Baldassarre con la nobildonna Ippolita Torelli. In quelle liete serate Castiglione avrebbe dunque impiegato le sue doti per omaggiare le dame e le damigelle del corteo nuziale. In alcuni casi egli finge di dar voce alla donna e di interpretarne, in modo leggero e svagato, i sentimenti segreti, le intime aspirazioni: “Sì come navicella in mar battuta / da fieri venti, poi si mette in porto, / così spero a’ miei mali  al fin conforto” (p. 62). Altre improvvisazioni hanno un tono più marcatamente scherzoso e burlesco, come l’ironica minaccia indirizzata a un ignoto gaudente: “Estote parati, ben dice il testo, / perché la milza un dì faràten una, / né impiastro giovarà, né pollo pesto” (p. 91).

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