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Percorso testuale   Home Page > Percorso testuale > Le opere in volgare > La tenzone con Forese Donati

La tenzone con Forese Donati

fotografia La tenzone, databile verosimilmente tra il 1293 e il 1296, è formata da tre coppie di sonetti, scambiati fra Dante e l’amico Forese Donati, fratello della Piccarda collocata in Par., III e di Corso, futuro capo dei guelfi neri. I due contendenti si lanciano violente accuse ed aspri improperi, secondo i moduli tipicamente letterari della vituperatio iocosa, di tradizione mediolatina: Forese è accusato di non soddisfare sessualmente la moglie, di povertà, di ghiottoneria, di furto e di appartenere a una famiglia di scarsa moralità; a Dante è invece rimproverato di essere figlio di un usuraio, di essere povero al punto di rischiare di finire nell’ospizio dei Pinti, fondato proprio dai Donati, e, infine, di non aver vendicato per vigliaccheria un’offesa subita dal padre. Notevole appare in questi sonetti il ricorso a procedimenti discorsivi e a strategie linguistiche fortemente realistici, vicini alle pratiche formali della poesia giocosa di Rustico Filippi e di Cecco Angiolieri: una ulteriore tappa dunque dell’incessante sperimentalismo dantesco, che condurrà alle soluzioni più connotate in direzione “comica” della Commedia. L’episodio del conflitto verbale verrà, sia pure indirettamente, richiamato, a segnalarne l’avvenuto superamento anche formale, nell’incontro di Dante con Forese Donati nella cornice purgatoriale dei golosi, in cui verrà rievocata in toni affettuosi e con chiari intenti palinodici, proprio la moglie di Forese.

Anche la Tenzone, come già il Fiore, è stata sospettata di apocrifia, poiché ritenuta indegna di un poeta come Dante: dopo i dubbi di Domenico Guerri e di Antonio Lanza, recentemente è stato proposto di riconoscervi un falso realizzato a fine ’300 da Stefano Finiguerri, detto il Za. Ma i precisi riferimenti a luoghi e personaggi dell’epoca di Dante, già segnalati da Michele Barbi, e soprattutto la presenza di quattro di questi sonetti nel codice Chig. L VIII 305, databile con sicurezza alla prima metà del ’300, impongono di respingere tali ipotesi.

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