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Il carme all’Imbonati

fotografia Manzoni scrisse il carme In morte di Carlo Imbonati per esaltare le virtù dello scomparso compagno della Beccaria e, in questo modo, per difendere la madre dalle critiche mosse alla sua relazione amorosa. Il carme fu stampato dall’editore parigino Didot nel 1806. L’Imbonati aveva già avuto l’onore, da giovinetto, di un’ode del Parini, L’educazione (1764), a lui dedicata per la guarigione dal vaiuolo. Il carme, in versi sciolti, è costruito come una “visione”, cioè secondo un genere poetico allora diffuso nel quale il poeta immagina di incontrare personaggi e situazioni in una dimensione quasi di sogno. L’Imbonati appare al poeta di notte e si siede sul bordo del suo letto. Nel dialogo che si svolge fra i due, in tono solenne e retoricamente elaborato, viene sviluppato il motivo della solitudine, nobile ed eroica, nella quale si trova l’individuo di alti sentimenti morali in una società vile e corrotta (“Dura è pel giusto solitario, il credi, / dura, e pur troppo disegual,  la guerra / contra i perversi affratellati e molti”, vv. 132-134). Il motivo esprime la condizione  di aristocratica separatezza da un mondo che ha tradito le illusioni libertarie ed egualitarie delle quali il giovane Alessandro si era nutrito e che aveva manifestato nel Trionfo della libertà. Il carme contiene anche una prima convinta dichiarazione di poetica, il cui nucleo permarrà sostanzialmente anche nella produzione matura: la poesia come luogo di riflessione intellettuale e di meditazione morale, da cui il poeta comunichi al lettore la verità: una verità che pèr il Manzoni, ancor prima della conversione religiosa, è insieme etica e razionale (“Sentir, riprese, e meditar: di poco / esser contento: da la meta mai / non torcer gli occhi: conservar la mano / pura e la mente: de le umane cose / tanto sperimentar, quanto ti basti / per non curarle: non ti far mai servo: / non far tregua coi vili: il santo Vero / mai non tradir: né proferir mai verbo, / che plauda al vizio, o la virtù derida”, vv. 207-215). Il carme fu molto ammirato dal Foscolo, che ne riecheggiò dei versi nei Sepolcri (1807).

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