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Carducci e i miti della bellezza

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Tra l’inverno del 1871 e l’estate del 1872 si registra un sommovimento improvviso e profondo nell’ispirazione poetica di Giosue Carducci: il ritorno agli ideali classici trae nuova forza dalla passione amorosa per Carolina Cristofori Piva: «Lina-Lidia» viene trasposta nei nuovi versi in una dimensione di bellezza assoluta e immortale paragonabile a quella dei grandi templi greci. Un frammento di marmo, giunto in dono al poeta da parte dell’amico e collega all’Alma Mater Giovanni Capellini (1833-1922), l’illustre archeologo reduce da una missione lungo la sacra via di Eleusi nel maggio ‘72, diventa il centro simbolico di questa operazione. Con Lina-Lidia rinasce il culto pagano della bellezza, del sole, del dio Apollo; il sogno di evasione in un’«Ellade serena» e atemporale, piena di luce, verso un’eterna primavera ideale, di contro al freddo e al «fango» del presente. Questi i temi delle Primavere elleniche (1872), tre lunghi componimenti per la divinizzazione di Lidia, preludio dell’imminente sperimentazione «barbara».

sezione1-1G. Carducci, Eolia, la prima delle Primavere elleniche
Nell’autografo, con il titolo originario A Lina e la data poi cancellata «8 dec. 1871», e nel ritaglio dal periodico livornese «Il Mare», 8 agosto 1872, dove fu pubblicata senza l'autorizzazione dell’autore.
sezione1-2Frammento di marmo pentelico tratto da uno dei bassorilievi votivi del santuario di Afrodite a Dafni
Sulla superficie piana la macchia nera è stata prodotta dalla base della bottiglietta d’inchiostro che Carducci era solito appoggiarvi, tenendo il marmo sul proprio scrittoio. «– Ah, com’è bello il mio pezzo di marmo pario, tutto ingiallito da una parte, di quel giallo biondo che nei caldi tramonti dell’Attica risplende come oro! Così almeno parmi che dica Chateaubriand, il quale, sebbene visconte e legittimista e scrittore del Genio del Cristianesimo, sentiva tanto pienamente, a volte, il bello antico. Io non ho mai visto la Terra santa vera, la Terra santa mia, la Grecia; e forse non la vedrò mai. Visitarla con te sarebbe il colmo dell’ideale felicità» (Carducci a Lidia, Bologna, [10?] giugno 1872).

sezione1-3Lettera di Giosue Carducci a Lidia, Bologna, 22 febbraio 1872
In nome dell’amore comune per il «divino cielo dell’Ellade» e per «Febo Apolline», Carducci vi trascrive nuovi versi dedicati al sole e al vino rielaborati in seguito nel polimetro Brindisi d’aprile raccolto infine nelle Rime nuove (Bologna, Zanichelli, 1887).
sezione1-4G. Carducci, Primavere elleniche, Firenze, Tip. di G. Barbèra, 1872
La plaquette, stampata nella prima metà di agosto, contiene, insieme ad Eolia, Dorica ed Alessandrina, composte rispettivamente, la seconda fra aprile e maggio 1872, la terza dopo il primo amoroso incontro con Lina a Milano, ospite in via della Stella in casa di lei (dove Giosue si trattenne una settimana nella seconda decade di maggio), fra letture di Chénier e visite alle memorie storiche della città: il parco di Monza, il duomo e il vecchio cimitero di San Gregorio, scenario di Alessandrina. Edite in Nuove poesie di Enotrio Romano, Imola Galeati, 1873, le Primavere elleniche saranno infine riproposte nelle Rime nuove, 1887.

sezione1-5André Chénier
Ritratto del poeta adorato da Carducci, e da lui fatto amare anche a Carolina, nell’antiporta del volume Poésies de André Chénier. Édition critique […] par L. Becq de Fouquières, 2. éd. revue et corrigée, Paris, Charpentier, et Cie, 1872. Un’altra edizione dei versi di Chénier fu fatta rilegare da Carducci appositamente per Lidia «come ricordo del 10 maggio e del parco di Monza».

sezione1-6Luigi Serra, Figura allegorica in atto di suonare un’arpa
Nello spirito del «bello antico» è questo disegno a matita nera e penna su carte bianche e velina gialla, incollato su cartoncino (Bologna, Pinacoteca Nazionale). Il pittore bolognese (1846-1888), che nel corso degli anni Settanta ebbe consuetudine con Carducci, tracciò questa immagine come studio preparatorio per la decorazione del soffitto del Teatro Gentile di Fabriano (1880-1882).

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