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Carducci e i miti della bellezza

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Per il neonato stato italiano la celebrazione delle virtù formative del nuovo ‘cittadino’ si concretava anche nella valorizzazione dell’aspetto urbanistico e architettonico delle città, da tradurre in campagne di restauri, ripristini e ricostruzioni. In questo clima di ideali e fervore operativo, Carducci, animato dalla ferma convinzione sulla necessità di tutelare il patrimonio architettonico antico di Bologna, si erge in difesa della conservazione delle memorie, pietrificate ma vive, dei monumenti, e con la sua sensibilità storica partecipa al dibattito sulle trasformazioni, operando prima come segretario, dal 1865 al 1875, e poi, dal 1887 come presidente della Regia Deputazione di Storia patria per le province di Romagna, istituita a questo scopo dal governo nazionale all’indomani dell’unità. Verso il recupero dell’immagine della città antica, «ardita, fantastica, formosa, plastica […] una città pervasa da una bellezza corrispondente a un’intima armonia umana e a una civiltà forte e costruttiva», il Poeta si protende con nostalgia e desiderio intenso perché «l’età comunale era stata un’età radiosa e perduta, in cui l’uomo aveva attuato una superiore civiltà».
Tuttavia, contemporaneamente, egli è convinto che Bologna, al pari di altre grandi città, debba essere rimodernata, adeguata alle esigenze della viabilità e del decoro grazie ad opportuni restauri e bonificata dalle superfetazioni che nel corso dei secoli avevano quasi sfigurato certi edifici monumentali alterandone la bellezza originaria. Esemplari i suoi interventi per le chiese di San Vittore, San Francesco, Santo Stefano, San Domenico, San Petronio, il Palazzo Comunale e le Due Torri. In quest’opera Carducci trova compagni e interpreti da un lato il teorico del restauro bolognese Alfonso Rubbiani (1848-1913), cui si deve ancor oggi il volto del centro della città, e dall’altra nello storico e archeologo Giovanni Gozzadini (1810-1887), primo presidente della Deputazione di Storia patria.

     sezione3-1 Tito Azzolini, Il chiostro di S. Vittore
L’acquerello (Collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna) documenta lo stato di abbandono del chiostro (sec. XVI) della chiesa e del convento di S. Vittore (sec. XII) nella metà dell’800. Il Genio militare, divenutone proprietario, ne aveva stabilito la demolizione trovandosi lungo il perimetro della barriera fortificata ideata dall’esercito unitario per la difesa di Bologna. L’intervento di Carducci e della Deputazione riuscì a salvare la chiesa dalla completa distruzione. Restituita al Ministero della Pubblica Istruzione nel giugno 1892, artefice del restauro sarà l’ingegnere Raffaele Faccioli, direttore dell’Ufficio regionale per la conservazione dei monumenti.
sezione3-2 Pietro Poppi, Veduta dall’alto della chiesa di San Francesco prima dei restauri rubbianeschi
Fotografia albumina (Collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna). Nel corso dei restauri durati più di quarant’anni Rubbiani abbatterà il portico sul lato di Piazza Malpighi per mettere in luce le arche con le tombe dei Glossatori, procedendo con una metodologia in bilico fra erudizione e fantasiosa invenzione. Prima ancora che prendesse avvio l’opera di restauro, Carducci si esprimeva per la salvaguardia degli affreschi e dei monumenti antichi conservati nel tempio declassato a deposito militare, sollecitando il 1° giugno 1878 il Colonnello del Genio Militare di Bologna ad agevolare la cessione della chiesa alla città.

sezione3-3 Alfredo Domenichini, Il complesso delle chiese stefaniane e il palazzo Isolani, prima dei restauri del 1876
Olio su cartone (Collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna). Fulcro dell’impegno e della passione neomedievalistica dei restauratori, il santuario di Santo Stefano era per Carducci il «primo monumento cristiano della città di Bologna». Insieme a Gozzadini, egli fu tra i promotori del manifesto pubblico del 6 giugno 1878 con cui si appellava la città per la raccolta di fondi per i restauri, che, eseguiti sotto la guida di Gozzadini e di Faccioli, terminarono nel 1890, ‘purificando’ il monumento da tutto ciò che non appariva coerente con l’aspetto originario.
sezione3-4 Emilio Anriot, Veduta della Piazza Maggiore con il Palazzo Comunale e quello dei Notai
La fotografia albumina (Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio) presenta la piazza così come ebbe a vederla Carducci quando giunse a Bologna nel 1860, proprio nell’anno in cui fu intitolata a Vittorio Emanuele II: dovevano ancora cominciare i restauri che avrebbero dato certo un maggiore decoro al centro simbolico della città.

sezione3-5 G. Carducci, Nella piazza di San Petronio
Redazione autografa in pulito dei distici elegiaci pubblicati nelle Odi barbare, 1877, qui con il titolo Natura, arte, storia.
sezione3-6Carducci in redingote, [1892?]
Società fotografica bolognese. Nell’albumina il poeta-professore con l’abito prediletto nelle cerimonie cittadine.


sezione3-7 Fabio Fabbi, Le torri Garisenda, Asinelli, Artenisi e Riccadonna
Olio su cartone (Collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna). L’artista bolognese (1861-1946) ritrae le torri baluardo della Bologna medievale, offrendoci una rara testimonianza di un angolo della città radicalmente modificato dopo lo sventramento di Via Rizzoli (allora ‘Mercato di Mezzo’). Nel 1917-18 per esigenze di viabilità le torri Artenisi e Riccadonna furono abbattute. A questo emblematico monumento cittadino Carducci dedicò Le due torri, dialogo o contrasto fra Asinella e Garisenda (Terze odi barbare, Bologna, Zanichelli, 1889).


sezione3-8 Augusto Sezanne, Atrio di un castello medievale, 1886
Olio su tela (Museo d'Arte Moderna, Bologna). Figura centrale della «gilda» rubbianesca, Sezanne (1856-1935) costruisce con questa immagine un esplicito ‘teorema’ della pittura del tardo romanticismo neomedievalista ormai aperto alle suggestioni simboliste e art nouveau.
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