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Carducci e i miti della bellezza

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Gli ultimi dieci anni di vita di Carducci sono assai malinconici: le tristi vicende familiari, i lutti, la malattia che sopravanza insieme alla difficoltà di scrivere, dopo il 1899, e usare con scioltezza le amate penne. L’amicizia intensa con la contessa Silvia Pasolini (1852-1920) rende più sopportabile il declino. Il poeta reclama la sua «fata bianca» vicino a sé. «Freddo è il tempo» – le dice – e ne esige la presenza in quanto unica possibile consolazione, traccia definitiva della bellezza.
La neve è il tema dominante nello spirito di Nevicata (1881), l’ode composta da Carducci durante l’agonia di «Lina», poesia struggente: dalle vie e dalle piazze di Bologna non salgono più gridi di vita ma regna un silenzio assoluto, rotto solo dai richiami degli uccelli che – personificazione degli amici morti – invitano il poeta nell’aldilà. La neve domina anche in alcune tele famose, come quella di Alessandro Guardassoni, un artista che ha vissuto come Carducci il passaggio dall’età del realismo a quella del simbolismo.
Hölderlin, il poeta tedesco amato e spesso tradotto, rappresenta ora la disperazione della fine. «Penna d’oca, penna d’oca»: così il poeta si rivolge disperato allo strumento della sua arte, chiedendole di volare di nuovo «là dove il mio desir t’accenna». L’invocazione alla penna d’oca è l’ultimo richiamo all’energia del verso poetico, rappresentato tre decenni prima dal «sauro destrier de la canzone» (Avanti! Avanti! in Giambi ed epodi) che Leonardo Bistolfi avrebbe fatto rivivere nel Monumento a Giosue Carducci eretto vicino alla casa dello scrittore, dove il poeta guarda fisso, con la mano sotto il mento come il pensatore di Rodin. Lo stesso sguardo un po’ perso, ma ancora folgorante delle foto scattate nello studio nel 1903: Giosue con la chioma scomposta, vestito con una pesante vestaglia da camera di fronte al proprio tavolo da lavoro.

     sezione8-1 Giosue Carducci nel 1902
Studio d’arte fotografica U. David, Ravenna. Il poeta passeggia vicino all’ultima dimora sua a Bologna, la casa delle Mura Mazzini, dove ha abitato dal 1890 fino alla morte.
sezione8-2 Venturino Venturini, Tratto delle mura di Bologna con la casa di Giosue Carducci
Olio su tavola datato 1906 (Collezioni della Cassa di Risparmio in Bologna): veduta della parte retrostante della casa fiancheggiata dalle mura, oggi in parte distrutte, da Porta S. Stefano alla Porta Maggiore visibile sul fondo.

sezione8-3 Silvia Pasolini ritratta, dopo il 1890, dal fotografo Augusto Casalboni
Veneta di nascita, di Bassano del Grappa, ma romagnola d’elezione, sposa del conte Giuseppe Pasolini- Zanelli, di antica e ricca famiglia liberale faentina, Silvia ricevette, grazie alla madre Marina Sprea, una discreta educazione musicale, dedicandosi allo studio del pianoforte e alla composizione di musica ad ornamento di versi, fra i quali anche alcuni di Carducci conosciuto nella casa di Faenza nell’inverno 1887. Fra loro, dopo quel primo incontro, si strinse il nodo di un’amicizia affettuosa e devota destinata a consolidarsi negli anni Novanta, quando lo scrittore fu spesso ospite dei conti Pasolini nella villa settecentesca di Lizzano di Cesena.
sezione8-4 Silvia Pasolini accanto a una signora che suona il pianoforte
Fotografia albumina. Sullo sfondo un ritratto di Giosue, forse un dipinto, tratto dalla foto scattata nel 1903 che ritrae il poeta in vestaglia nel suo studio.

sezione8-5 G. Carducci, Nevicata
Autografo della poesia che chiude le Nuove odi barbare (1882), composta il 28 gennaio, rielaborata tra l’11 e il 24 marzo 1881.
sezione8-6 Alessandro Guardassoni, Veduta di Piazza Nettuno, 1865-1875 circa
Olio su tela. Bologna, Fondazione Gualandi.

sezione8-7 Giuseppe Coen, Veduta di Piazza Verdi e Chiesa di San Giacomo sotto la neve, 1855
Olio su tela, Collezioni della Cassa di Risparmio in Bologna.
sezione8-8 Carducci in vestaglia nel 1903
Ripreso dall’obiettivo di «Oscar di Properzio fotografo dilettante».

sezione8-9 G. Carducci, Penna d’oca Penna d’oca, 27 febbraio 1902
Manoscritto autografo (Biblioteca dell’Archiginnasio) vergato con penna d’oca sul modulo di un telegramma nel retrobottega della libreria Zanichelli, buen retiro per molti anni di Carducci, dei suoi amici e discepoli.
sezione8-10 Leonardo Bistolfi, Bozzetto per il Monumento a Giosue Carducci, 1910-1911 circa
Gesso (Museo Civico di Casale Monferrato). Raffigura il gruppo statuario della Libertà o del «Sauro destrier della canzone» simboleggiante le componenti principali dell’arte carducciana: il sentimento della natura, l’abile modulazione di ritmi e metri, la padronanza assoluta della tecnica compositiva.

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