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 COLUMELLA: DE RE RUSTICA

Storia del manoscritto
       
    

IntroduzioneIl manoscritto vallicelliano E 39

Il codice, prodotto in Italia Centrale (probabilmente a Firenze) nella prima metà del XV secolo, è costituito da 219 cc., tutte di pergamena di altissima qualità, bianca, sottile e levigatissima. Negli ampi e regolari margini laterali che definiscono, con precisione geometrica, lo specchio dello scritto campeggia la bella umanistica con cui è vergato il testo.
Come dimostrato dal lavoro degli studiosi dell’Università di Uppsala, al cui pluridecennale impegno si deve l’edizione critica dell’opera del trattatista di età giulio-claudia, questo manoscritto trasmette i XII libri del De re rustica di L. Giunio Moderato Columella con una variante testuale filologicamente errata. Infatti, come avviene in molti dei 39 codici, tutti del XV secolo e tutti di produzione italiana, testimoni di una tradizione tarda, anche il presente manoscritto frappone il testo del De arboribus (unico libro superstite di un trattato precedentemente redatto dall’autore e dedicato ad Eprio Marcello) tra i libri II e III dell’opera maggiore. Tale inserzione fa sì che l’indicazione numerica dei libri del De re rustica sia qui erroneamente aumentata di un’unità.
Non si trovano né nel manoscritto né in altre fonti inventariali in possesso della Biblioteca Vallicelliana tracce del percorso che ha portato questo splendido manufatto ad arricchire il patrimonio bibliografico della Congregazione filippina di Roma. L’unico elemento che possa rimandare ad un precedente possessore è la presenza di uno stemma sormontato dalla tiara pontificia che si staglia lungo la cornice esterna di c. 1.Purtroppo lo stemma, per ragioni ignote, è stato ricoperto all’interno da un velo di colore azzurro; si può verosimilmente ipotizzare che il codice, una volta commissionato o dal Papa stesso o da qualche facoltoso donatore, non raggiunse però mai la Sede apostolica. È stata più volte formulata l’ipotesi che, al di sotto del colore aggiunto, si possa intravedere il tronco della quercia aurea che campeggia nel blasone di Papa Sisto IV della Rovere, del quale si conosce il grande interesse di bibliofilo e che amava comprare libri nelle botteghe di Firenze. Nulla può confermarsi a riguardo, tranne che, alle origini del manoscritto vallicelliano, c’è la volontà di un committente d’eccezionale importanza, e questo rende ragione anche dello splendido apparato decorativo che fa del codice un unicum.
La decorazione del manoscritto ha da sempre attirato l’attenzione degli storici dell’arte: già nel 1950 il codice fu esposto nella mostra Trésors des bibliothéques d’Italie organizzata dalla Biblioteca Nazionale di Parigi; poi fece una seconda apparizione nella Mostra storica nazionale della miniatura tenutasi a Roma nel 1953; infine è stato scelto anche per l’esposizione Vedere i classici, tenutasi presso la Biblioteca Apostolica Vaticana nel 1996.In tutte queste occasioni espositive, la critica ha posto l’accento sull’origine fiorentina del manufatto, come sembrano dimostrare anche i bianchi girari che incorniciano la c. 1 e tutte le iniziali ornate che si trovano all’inizio dei libri. Poiché le iniziali di questo codice inglobano scene e figure relative al brano testuale che accompagnano, potrebbe per loro usarsi addirittura l’attributo di istoriate; infatti in esse l’immagine è autonoma dalla struttura della lettera che serve solo da cornice all’illustrazione.
L’artigiano decoratore si muove sempre con il preciso intento di far sì che l’illustrazione esplichi il contenuto del libro, il che ci fa credere che egli, prima di essere sensibile costruttore di immagini, sia lettore colto ed attento.