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Giorgio Bassani. Il giardino dei libri

Ferrara    

LA FERRARA DI BASSANI

Al confine tra Emilia e Veneto, adagiata sul delta del Po che qui disegna intricati meandri d’acqua fra argini erbosi e lunghi filari di pioppi, Ferrara ha alle spalle l’illustre passato estense. Corte rinascimentale di spicco, la città è punteggiata da grandi memorie cinquecentesche: intorno al Castello e al Duomo, gli imponenti Palazzi bugnati che racchiudono innumerevoli opere d’arte testimoniano l’eccellenza degli artisti che l’hanno adornata quando l’Ariosto cantava in ottave le fantastiche avventure di Orlando. Un’eredità ineludibile anche nel corso del Novecento, quando Ferrara non cessa di essere una Corte e il potente quadrunviro Italo Balbo, braccio destro di Mussolini e numero uno dello squadrismo fascista, alterna alla violenza che impone la dittatura la richiesta di consenso che dovrebbe renderla durevole.
E’ lui, «pizzo di ferro», com’è soprannominato per la scura barba appuntita, a fondare il «Corriere Padano», giornale che ne rispecchia il carattere intemperante, estroso ed eccentrico.
Diretto da Nello Quilici, il quotidiano ferrarese diviene la palestra delle giovani leve intellettuali che su quelle colonne esordiscono sfidando l’acquiescente conformismo della borghesia cittadina. Nella battagliera terza pagina – vero incunabolo del Neorealismo – si apre così un dibattito di punta sull’arte figurativa, narrativa e ormai anche cinematografica che affronta il rapporto con la tradizione e il problema della modernità.

Dirà lo scrittore a proposito delle sue Cinque storie ferraresi (1956): «Ormai Ferrara c’era. A forza di accarezzarla e indagarla da ogni parte, mi pareva di essere riuscito a metterla in piedi, a farne a grado a grado qualcosa di concreto, di reale, insomma di credibile.  Al punto in cui mi trovavo, Ferrara, il piccolo segregato universo da me inventato, non avrebbe più saputo svelarmi nulla di sostanzialmente nuovo. Se volevo che tornasse a dirmi qualcosa, bisognava che mi riuscisse d’includervi anche colui che dopo essersene separato aveva insistito per molti anni a drizzare dentro le rosse mura della patria il teatro della propria letteratura: cioè me stesso».

Fiero di essere come ero, cioè diverso non soltanto dalla grande maggioranza degli italiani, che erano quasi tutti fascisti, ma diverso anche dai miei corraziali (come li chiamavo io), cioè appartenenti alla stessa razza, ma non alla stessa religione.
La mia religione era quella della libertà. Credevo nella libertà come religione.
(Intervista inedita)

Erano gli anni folli ma a loro modo generosi del primo fascismo emiliano. Ogni azione, ogni comportamento, venivano giudicati – anche da chi, come mio padre, citava volentieri Orazio e la sua aurea mediocritas – attraverso il rozzo vaglio del patriottismo o del disfattismo. Mandare il proprio figliolo alle scuole pubbliche era considerato in genere patriottico.
(Il giardino dei Finzi-Contini)


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