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Dalla Sicilia all'Europa: l'Italia di Brancati

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La governante

La governante

La govenante

Anna Proclemer

   

Contro i bersagli della censura

Sin dagli esordi e nonostante l'allineamento giovanile al Fascismo l'opera di Brancati è stata colpita dalla censura. Il suo caustico occhio critico si è del resto sempre posato più sui vizi che sulle virtù degli Italiani, di cui ha fustigato soprattutto il lassismo morale e il conformismo dei cosiddetti «benpensanti». Anche la democrazia, dopo la caduta del regime fascista, non l'ha risparmiato, prendendo di mira, in particolare, drammi e commedie teatrali e i soggetti cinematografici. Nel 1952 Brancati ha così dato alle stampe un pamphlet, Ritorno alla censura, dove si fa udire la sua protesta: «Che Paese sfortunato! Chi potrà guarirlo dalla sua vecchiezza, se i medici sono una volta i militari una volta il clero? Trombe di caserme e campane di chiese hanno il compito di addormentarlo sempre di più. Le trombe militari italiane suonano, in qualunque ora, il silenzio ai cervelli, e le campane annunziano il sonno del giusto anche a coloro che hanno frodato l'erario. In ogni modo, sia dopo gli squilli di tromba che dopo il suono delle campane, se si guarda alla porta, quella che appare invariabilmente, col suo vestito nero, ora col fez ora con la papalina, è la tirannide».

Anche nei suoi numerosi testi teatrali si manifesta pienamente lo spirito corrosivo dello scrittore, la sua vocazione di moralista, inclemente osservatore dei costumi.

Il comico, di cui parliamo, si può trovarlo dovunque, si può trovarlo perfino nel teatro vero e proprio.
Il nostro divertimento non ha nulla a vedere con quello destinato agli altri. Noi ci divertiamo dell'autore e del pubblico nel momento preciso in cui essi si divertono alle spalle dei personaggi. Per divertirci di questi, noi aspettiamo che diventino “profondi” e dicano quelle ingarbugliate “cose filosofiche” che rendono gialla di ammirazione tutta la platea. (Che tristezza! Trent'anni fa, quando il teatro di pensiero apparve sulle scene, il pubblico fischiò, ma l'indomani apprese dai giornali ch'era stato uno stupido e aveva avuto torto; oggi che saremmo in grado di dire a questo pubblico che ha ben ragione di fischiare e annoiarsi, esso trattiene il respiro e applaude) Uno dei numeri più importanti dello spettacolo che ci diverte è infatti il profondismo, quella mania di dire, in una forma confusa e con termini filosofici maldestramente usati, pensieri lapalissiani e sentimenti deboli e incerti. L'uomo medio di oggi non è più in grado di distinguere le cose semplici dalle superficiali. Nulla lo confonde come la chiarezza; la semplicità gli fa venire il mal di mare. Bisogna cautamente prepararlo, come a una triste notizia, prima di comunicargli che Goldoni è più profondo di Andreieff e Molière vale più di Ibsen.
(da I piaceri, 1943) 

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