Tasti di scelta rapida del sito: Menu principale | Corpo della pagina

Internet Culturale: cataloghi e collezioni digitali delle biblioteche italiane

Pagina dei contenuti


Home » Esplora »  Mostre

Sommario              Pagina precedente              Pagina successiva             Indice mostre

Le biblioteche del fanciullino. Giovanni Pascoli e i libri

top

Pascoli fra il padre scolopio Ermenegildo Pistelli, Mariù e il bastardino Gulì 

Pascoli fra il padre scolopio Ermenegildo Pistelli, Mariù e il bastardino Gulì

L’ingresso di Casa Pascoli

L’ingresso di Casa Pascoli

L’ingresso e la loggia di Casa Pascoli a Castelvecchio

L'ingresso e la loggia di Casa Pascoli a Castelvecchio

Il soggiorno di Casa Pascoli

Il soggiorno di Casa Pascoli

    

Chi visiti oggi la sua dimora, la casa e il poderetto di Castelvecchio di Barga in Garfagnana, nella valle del Serchio, che la sorella Maria, sopravvissutagli per quasi mezzo secolo, ha conservato intatti, varca davvero le soglie della poesia: della poesia calda di affetti domestici di cui Pascoli è il trepido e sublime inventore. Il giardino raccolto, adiacente all’orto, i brevi filari delle viti e la casa, stanza dopo stanza, riflettono infatti come in uno specchio i versi di Myricae, dei Poemetti, dei Canti... E non desta stupore se a suo tempo, quando il poeta e la sorella decisero di stabilirsi in questa contrada così defilata, occorressero sei ore di calesse per raggiungere Lucca, la città più vicina. “Lasciamo la vita a chi vuol viverla” dirà Giovanni a Maria all’indomani del trasloco. Hanno deciso di appartarsi nella solitudine esclusiva di una formidabile intesa a due che niente potrà infrangere: il “nido” è finalmente ricostruito.


Siamo nell’ottobre del 1895 e dieci anni prima un “nido” Pascoli l’aveva ricostruito a Massa, decidendo di vivere con le due sorelle, Ida e Maria, allora giovinette, tolte al parentado romagnolo dopo gli anni di collegio. Si trasferiscono con lui, insegnante di scuola, a Massa: Per lor ripresi il mio coraggio affranto/ E mi detersi l’anima per loro: / Hanno un tetto, hanno un nido ora, mio vanto:/ E l’amor mio le nutre e il mio lavoro.


La felice complicità del terzetto si replica anche a Livorno, dove il capo famiglia è trasferito nel 1887. “Ci sembrava come il cadere in un precipizio”: ostili al cambiamento, vi si adattano tuttavia, anche perché Carducci caldeggia la nuova sistemazione: “è un mutamento a miglior sede”, suggerisce persuasivo il Maestro.