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Le biblioteche del fanciullino. Giovanni Pascoli e i libri

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Gigin (Luigi Pascoli, 1854-1871) e Giovanni nel 1866 collegiali a Urbino. Giovanni è il secondo in basso a sinistra

Gigin (Luigi Pascoli, 1854-1871) e Giovanni nel 1866 collegiali a Urbino. Giovanni è il secondo in basso a sinistra

Autografo di un’esercitazione universitaria (1880-1881) sulle Fonti dell’Orlando Furioso di Pio Rajna

Autografo di un’esercitazione universitaria (1880-1881) sulle Fonti dell’Orlando Furioso di Pio Rajna

Giovanni Pascoli negli anni giovanili

Giovanni Pascoli negli anni giovanili

Giosuè Carducci nella sua biblioteca

Giosuè Carducci nella sua biblioteca

  

Quanto mai travagliati gli anni trascorsi a Bologna, fra il 1873 e il 1882, quando consegue la laurea in Lettere: nove anni come per l'assedio di Troia, dirà Pascoli per celia, amaramente. Incontra qui amici che lo sollecitano e quasi lo costringono a scrivere versi; una vocazione che ora si precisa ma alla quale il poeta nato rilutta. E a Bologna incontra Carducci, il migliore dei maestri. Sarà Carducci a consentirgli - gli assegna il primo posto fra i concorrenti - il sussidio che gli apre le porte dell'Università. E poi ne segue sollecito i progressi lodandolo in più di un'occasione, lo richiama all'ordine quando l'impegno politico sembra condurlo irrimediabilmente lontano dagli studi, lo impiega presso di sé perché lo aiuti nei lavori filologici condotti su testi francesi e lo colloca come supplente in un ginnasio.
Ecco il primo incontro, nel 1873, i Ricordi di un vecchio scolaro, che Pascoli pubblicherà nel «Resto del Carlino» (9 febbraio 1896), come omaggio per il trentacinquesimo anniversario del magistero carducciano. Leggendo l'articolo del vecchio scolaro Carducci si sarebbe commosso, esclamando: «Tutto vero! Tutto vero!».
«II vecchio scolaro era allora un povero ragazzo smilzo e scialbo. Veniva dalla Romagna, da una casuccia dove una famiglia di ragazzi; di ragazzi e bambine soli soli, fatti orfani da un delitto tuttora impunito, e poi abbandonati e lasciati soffrire soli soli (era indifferenza della gente? era viltà?); una famiglia che aveva per capo il ragazzo più grande, sedicenne appena quando ebbe tutta la nidiata da imboccare; faceva economia. II ragazzo più grande (ora non vede e non sente più nulla, di là dove da un pezzo dimora, tra Savignano e San Mauro, a mezza strada), il ragazzo che faceva da babbo, credeva di scorgere in uno dei suoi fígliuoli fratelli una certa disposizione alle lettere. Poi, in quell'anno, era bandito per la prima volta il concorso a sei sussidi per chi studiasse lettere nell'università di Bologna. Era una liberalità di questo Comune, di questa nobile città, liberalità vera e larga in quanto ammetteva al concorso tutti gli italiani, non i bolognesi soli: sicché anche dall'umile villaggio della Romagna, dove era quella casuccia nella quale faceva economia quella famigliola tutta di ragazzi e di bambine, il ragazzo più grande udì il buon invito: fornì il suo minore di poche lire, troppe per chi le dava, un po' pochine per chi le riceveva; lo imbarcò solo soletto in una terza classe del treno e gli disse: Tuo babbo ti aiuti! Era il giorno avanti il primo esame. La mattina dopo, il povero ragazzo smilzo e scialbo si trovava tra una ventina d'altri ragazzi, venuti da tutte le parti d'Italia, o sorridenti o rumorosi, aspettando... Aspettando chi? Carducci. Egli doveva venire a dettare il tema d'italiano. Proprio Carducci? Carducci in persona [...]. A un tratto un gran fremito, un gran bisbiglio: poi silenzio. Egli era in mezzo alla sala, passeggiando irrequieto, quasi impaziente. Si volgeva qua e là a scatti, fissando or su questo or su quello, per un attimo, un piccolo raggio ardente de' suoi occhi mobilissimi. "L'opera di Alessandro Manzoni", dettò. Poi aggiunse con parole rapide, staccate, punteggiate: Ordine, chiarezza, semplicità! Non mi facciano un trattato d'estetica. Una pausa di tre secondi; e concluse: Già non saprebbero fare. Sorrise a questo punto? Chi lo sa? S'indugiò ancora un poco e uscì».
II «povero ragazzo» comporrà così la sua «ragnata tessitura di grame parole» che gli garantisce l'accesso all'Università.
Nonostante le incoraggianti premesse e l'interlocutore d'eccezione, il corso degli studi pascoliani si presenta tutt'altro che lineare. Dopo due anni perde il sussidio e si trascinerà così, scoraggiato, in una boheme che ne dura quattro, durante i quali legge e studia come un autodidatta che elude ogni disciplina, gettandosi poi a capofitto nell'avventura politica a cui lo trascinano l'ingiustizia patita e gli umori protestatari che il socialismo nascente gli consente di sfogare. Ma il carcere, nel 1879, 107 giorni a San Giovanni in Monte (Pascoli ha partecipato a una manifestazione di protesta contro la condanna a vita di Passanante), segna una svolta. Quand'é assolto riprende gli studi con l'impegno che lo conduce rapidamente alla laurea.