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Roma in tavola nel medioevo

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L'ALLEVAMENTO NEL MEDIOEVO


L'allevamento del bestiame conobbe nell'Italia dei secoli dopo il Mille un forte sviluppo connesso sia alle esigenze dell'agricoltura (tiro dell’aratro, trebbiatura, concimazione dei terreni, ecc.), del trasporto e dell'artigianato tessile (lana) che a quelle del consumo alimentare legato alla carne, al latte e al formaggio. Nella Campagna Romana l’allevamento rappresentava un'attività di primaria importanza e si integrava con la cerealicoltura entro le terre dei molti casali. Tale integrazione, raramente prodottasi nell'Italia medievale luogo di forte e diffusa conflittualità fra contadini e pastori, rappresentava la nota caratterizzante dell’economia del casale. Alla fine del medioevo il casale costituiva, nelle campagne di Roma, l'unità base del tessuto produttivo e il principale elemento di strutturazione della grande proprietà fondiaria. L'estensione dei casali era la più varia, ma scendeva raramente al di sotto delle 100 rubbie (circa 184.840 m2). Quelli posseduti dal capitolo di S. Pietro, tuttavia, superavano addirittura le 1000. I casali erano solitamente ubicati lungo le vie consolari in uscita dalla città ed erano caratterizzati, oltre che da vaste estensioni di terreno, dalla presenza di diversi edifici: immobili necessari per accogliere la manodopera stagionale e tenere al riparo gli attrezzi agricoli (indicati nelle fonti come domus e accasamenta) recinti per il bestiame (redimen, renclaustrum, arnaria); grotte (gripte). La presenza degli uomini – si trattava, solitamente, di manodopera salariata – era concentrata nei momenti fondamentali del calendario agricolo: la mietitura e la trebbiatura. Non mancavano, tuttavia, pastori (pecudarii, vaccarii, bufalarii) e operatori specializzati nella produzione del formaggio (casegni) che talora stabilmente risiedevano nel casale. I casali rifornivano il mercato cittadino di cereali e – grazie ad una massiccia presenza di greggi e armenti bovini e bufalini – di carne, formaggi e lana. Il bufalo, diffusamente presente nella Campagna Romana e laziale, era talora utilizzato per la lavorazione dei terreni più impegnativi ma apprezzato anche per i latticini che se ne potevano ricavare: non è certo un caso che la locazione triennale (a.1422) dei casali 'Lo Trullo' e 'La Cechognola' – entrambi di proprietà delle monache di S. Ciriaco – preveda che l’affittuario versi, fra l’altro,come corrisposta un certo quantitativo di formaggio 'bufalino'.

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I CONTRATTI DI AFFIDAMENTO DEL BESTIAME


Fra le testimonianze più interessanti relative alla pratica allevatizia in età medievale vi sono i contratti di sòccida e di affidamento del bestiame. Essi prevedevano che un proprietario affidasse i suoi animali ad un allevatore il quale provvedeva, per un periodo di tempo solitamente breve, a governarli e a provvedere pascoli adeguati. Allo scadere del contratto il bestiame veniva diviso fra il proprietario (soccidante) e il pastore (soccidario) secondo quote di riparto variabili, ma solitamente a metà.
I contratti di affidamento del bestiame stipulati in area romana potevano interessare bovini, suini, ovini e perfino api. Le soccide bovine, di solito, assumevano un carattere particolare, essendo spesso connesse alla lavorazione dei seminativi di proprietà del concedente.

                                        Protocolli Venettini Protocolli Venettini

 Dai  protocolli del notaio Venettini 29 dicembre 1384

Protocolli Venettini

Dai protocolli del notaio Venettini 10 dicembre 1385

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