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 UMBERTO SABA. LA POESIA DI UNA VITA

Biografia
  

Saba è un uomo degno di biografia; la sua vita ha accenti indimenticabili ed è certamente la più autentica prefazione ai suoi scritti (Giacomo Debenedetti).

1883
Umberto Poli (che solo nel 1910 assunse lo pseudonimo di Saba, divenuto poi anche suo cognome anagrafico) nacque a Trieste il 9 marzo 1883 da madre ebrea e da padre convertitosi all’ebraismo solo per poter sposarsi e che abbandonò la famiglia e la religione ebraica in coincidenza con la nascita del figlio: questi fino a tre anni fu affidato a una balia slovena, moglie di un macellaio, di religione cattolica, la Peppa, nella cui casa riconobbe più tardi una specie di «paradiso», perduto al ritorno nella casa materna.

1886
Qui, con la madre, donna dal carattere aspro, ossessionata dalle difficoltà economiche, e con due zie, visse gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza (il padre l’avrebbe conosciuto solo nel 1905). In questo difficile nucleo familiare, dove i contrasti psicologici e i modelli di vita si intrecciavano a contrasti di «razza» e di religione, il piccolo Umberto subì molteplici traumi e angosce, che produssero più tardi nell’uomo maturo una grave forma di nevrosi, con fasi di insopportabile sofferenza, sempre più dure negli ultimi anni.

1903
Dopo aver compiuto a Trieste gli studi ginnasiali, accompagnati da letture appassionate, ebbe un breve impiego e strinse le prime essenziali amicizie intellettuali (tra cui quella con il filosofo Giorgio Fano, 1885-1964): deciso ad occuparsi di letteratura, cominciò a seguire gli studi universitari a Pisa nel 1903, anno in cui ebbe un primo grave attacco di sofferenza psichica, sentendosi minacciato da un «pensiero coatto», assurdo, distruttivo e angoscioso, che sorgeva dall’interno del suo io.

1907-1908
Come cittadino italiano (nonostante l’appartenenza di Trieste all’impero austriaco) compì il servizio militare in Italia, tra Firenze e Salerno. In tutta la sua esperienza si sentiva spinto verso un bisogno di comunicazione tenera e affettuosa con il mondo, di partecipazione alla vita collettiva, ma ostacolato da un senso angoscioso della propria diversità, dalla minaccia della sua nevrosi, dall’effetto di un vuoto che sentiva aprirsi dentro di sé.

1909
Rientrato a Trieste, si costruì un nido famigliare e un’esistenza «normale», sposando all’inizio del 1909 Carolina Wolfler (chiamata «Lina»), che conosceva già da alcuni anni e da cui ebbe una figlia, Linuccia, e vivendo come negoziante di apparati elettrici.

1910
Fa uscire a Firenze a proprie spese, usando per la prima volta il nome di Umberto Saba, il suo primo volume di versi, Poesie, che ottenne scarsa risonanza. Negli anni in cui «La Voce» dominava la scena culturale, la poesia di Saba appariva un frutto fuori stagione: comunque l’autore istituiva nuovi contatti con alcuni scrittori vociani e proprio nelle edizioni della rivista pubblicava nel 1912 il suo secondo libri di versi, Coi miei occhi, divenuto poi Trieste e una donna.

1915
Con lo scoppio della guerra mondiale, prestò servizio militare lontano dal fronte, con varie mansioni amministrative, in Lombardia e a Roma.

1919
Finita la guerra, tornò a Trieste, finalmente italiana, acquistando una libreria antiquaria e occupandosi della sua gestione: in questa posizione appartata visse gli anni del fascismo, continuando però a pubblicare i suoi versi in varie riviste e raccolte (tra cui la prima edizione del Canzoniere, nel 1921, lo stesso anno in cui morì la madre). Una critica più intelligente e sensibile (e in primo luogo G. Debenedetti e E. Montale) andava intanto riconoscendo il valore dell’opera di Saba, che suscitava notevole attenzione nell’ambiente di «Solaria».

1929
La malattia nervosa spingeva nel frattempo lo scrittore alla terapia psicoanalitica, da lui iniziata a Trieste nel 1929 con Edoardo Weiss. Nacque così il bisogno di approfondire la conoscenza dell’opera di Freud che, insieme a quella di Nietzsche, gli apparirà sempre uno strumento essenziale per capire la realtà della condizione dell’uomo.

1938
Negli anni successivi, mentre la sua poesia trovava una nuova vitalità sotto la spinta dell’esperienza psicoanalitica, la sua esistenza diveniva sempre più inquieta per il precipitare della situazione mondiale: colpito dalle leggi razziali, dovette affidare la libreria al fedele commesso Carlo Cerne, pur continuando a occuparsi della sua gestione. Da Trieste compiva vari viaggi a Milano, dove strinse un’inquieta e complicata amicizia (che avrà il suo momento più intenso tra il 1946 e il ’47) con il giovane poeta Federico Almansi, poi colpito da malattia mentale.

1943
Dopo l’8 settembre dovette fuggire con la famiglia a Trieste, nascondendosi a Firenze, cambiando continuamente casa, confortato solo dalle visite di pochi amici, tra cui Montale.

1945
Nel gennaio del ’45 si trasferì a Roma, vivendo una breve fase di entusiasmo per le prospettive di rinnovamento che sembravano aprirsi con l’uscita dalla guerra e dal fascismo: si accostò al partito comunista, con cui ebbe un rapporto di attrazione e diffidenza. Alla fine del ’45 (anno in cui apparve la nuova edizione del Canzoniere) si trasferì a Milano, cercando di vivere col lavoro editoriale; e in questa fase si impegnò particolarmente nella scrittura e nella sistemazione di alcune opere (tra cui Scorciatoie e raccontini, 1946, e Storia e cronistoria del Canzoniere, 1948).

1948
La situazione a Trieste, sottoposta a occupazione militare, col rischio di trasformarsi in un luogo di scontro tra paesi e interessi diversi, lo preoccupava tremendamente; e fortissima fu la sua delusione per l’esito delle elezioni del 18 aprile 1948 e per la sconfitta del Fronte popolare.
Tornato a Trieste nel maggio del ’48, ebbe varie amarezze che aggravarono la sua malattia.

1950
Nel 1950 iniziò una lunga serie di ricoveri in clinica, a Roma (dove era curato da Giovanni Bollea), Trieste e Gorizia. Non bastavano ad allietare il poeta i riconoscimenti pubblici, cioè il premio dell’Accademia dei Lincei (1951) e la laurea honoris causa all’università di Roma (1953). La sofferenza era illuminata da sempre più rari barlumi di poesia e, nel 1953, dal romanzo, rimasto incompiuto, Ernesto, che egli considera «scandaloso» e che apparirà postumo nel 1975.

1957
Uscì l’ultima volta dalla clinica per i funerali della moglie Lina, nel 1956, e morì a Gorizia il 25 agosto 1957. Le ultime raccolte di poesia entravano a far parte dell’edizione postuma del Canzoniere, apparsa nel 1961, mentre nel 1963 usciva, a cura di Carlo Muscetta, l’Antologia del «Canzoniere», che egli aveva a lungo progettato, ma non era riuscito a pubblicare.


A cura di Giulio Ferroni