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LA COSCIENZA DI SVEVO

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Ritratto

Ritratto di Italo Svevo (ca. 1935). Trieste, Museo Sveviano.

Il palombaro

Carlo Sbisà, Il palombaro, 1931, olio su tela. Trieste, Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia (in deposito presso il Civico Museo Pasquale Revoltella di Trieste).

Suggestion

Charles Baudouin, Suggestion et autosuggestion, Neuchatel-Paris, 1921. Trieste, Museo Sveviano.

La coscienza di Zeno

Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Bologna 1923, Trieste, Museo Svevian.

Negli ultimi decenni dell'Ottocento l'inquieta sensibilità moderna comincia a divenire oggetto di articolati studi di psichiatria e di psicologia. L'affacciarsi della folla, la dissoluzione della famiglia patriarcale, il contagio delle mode, il lavoro specializzato, l'industria e la macchina implicano comportamenti, individuali e collettivi, profondamente mutati rispetto al passato, spesso non adeguati e funzionali alle nuove dimensioni di convivenza sociale. Insieme con l'analisi psicologica, la letteratura comincia a riservarsi sempre più il campo dell'esplorazione intima, mirando a rendere percepibili le più segrete risonanze interiori: il racconto, in particolare, occupa spesso un crinale sottile tra normalità e deviazione, tra salute e malattia, mentre il disagio psichico, diagnosticato come "nevrosi", è la nuova, diffusa patologia da cui Svevo non è immune. Prima di conoscere Freud, non solo ha ritratto nella sua narrativa personaggi affetti da profondi dissidi interiori, ma egli stesso li ha patiti, avviando terapie che contemplano proprio la scrittura quale efficace forma di cura. E nella sua biblioteca si accumulano via via i volumi dove diverse scuole psichiatriche documentano casi clinici risolti felicemente grazie all'ipnosi, all'autoipnosi o alla psicoanalisi.

Incompatibilita

Vito Timmel, Incompatibilità (Sogni), 1930, tempera su ela. Trieste, collezione privata

Autoritratto

Cesare Sofianopulo, Autoritratto bifronte, 1936, olio su tela. Trieste, Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia (in deposito presso il Civico Museo Pasquale Revoltella di Trieste)

“Il secondo avvenimento letterario [che gli capitò] e che allo Svevo parve allora scientifico fu l’incontro con le opere del Freud. Dapprima le affrontò solo per giudicare delle possibilità di una cura che veniva offerta ad un suo congiunto. Per vario tempo lo Svevo lesse libri di psicanalisi. Lo preoccupava d’intendere che cosa fosse una perfetta salute morale. Nient’altro... Fu allora che lo Svevo talora si dedicò (solitario, ciò ch’è in perfetta contraddizione alla teoria e alla pratica del Freud) a qualche prova di psicanalisi su se stesso. Tutta la tecnica del procedimento gli restò sconosciuta, cosa della quale tutti possono accorgersi leggendo il suo romanzo.” (Profilo autobiografico)

Maschere

Cesare Sofianopulo, Maschere, 1930, olio su cartone. Trieste, Civico Museo Pasquale Revoltella

“Anche in questo senso la fittizia autobiografia che Zeno scrive – e che costituisce, nell’invenzione narrativa, gran parte del romanzo- è una terapia... La grandezza della Coscienza di Zeno consiste nella sua versalità. Su un certo piano, è un romanzo a tutti gli effetti, anche un romanzo tradizionale con la sua storia: il fumo, il padre e la sua morte, il matrimonio, l’amore, il commercio, la guerra. Su un altro piano, il libro è il racconto di questa storia, scritto per scopi terapeutici, senza credere affatto alla sua efficacia a tal fine. Sotto un altro piano, è una grande indagine della malattia quale premessa di salute: “Io nacqui con questa malattia.” Si tratta di una malattia da cui non si guarisce e che conduce Zeno alla convinzione di essere sano proprio perché non è guarito da nulla...
Se la
Coscienza di Zeno è, nel testo centrale, ossia la fittizia autobiografia, la storia di una guarigione, in realtà è il concetto stesso di guarigione a essere messo in discussione: “E perché voler curare la nostra malattia? Davvero dobbiamo togliere all’umanità quello che essa ha di meglio?” scrive Svevo. E l’ironica conclusione sarà: “La prova migliore che io non ho avuto quella malattia risulta dal fatto che non ne sono guarito” (Claudio Magris)