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 Leo Longanesi: la Fabbrica del Dissenso

Leo Longanesi: la fabbrica del dissenso

Leo Longanesi


Leo Longanesi 

Leo Longanesi (Bagnacavallo 1905-Milano 1957) è uno dei protagonisti di maggior spicco della cultura italiana fra le due guerre. Saggista, narratore, fotografo, grafico, pittore, cartellonista: di ingegno versatile, le sue attitudini multiple gli consentono in primo luogo di apportare un profondo rinnovamento nel nostro giornalismo e nella nostra editoria. Ha infatti fondato e diretto giornali e periodici, inaugurando nel 1937, con «Omnibus», la formula del settimanale illustrato, mentre nella veste di editore ha il merito di avere scoperto innumerevoli talenti e di aver fatto conoscere e divulgato il meglio della produzione italiana e straniera del suo tempo.
Di fede nazionalista, gli preme soprattutto l’equilibrio fra conservazione e modernizzazione dell’Italia che si avvia a divenire una potenza industriale, bisognosa di svecchiare le consuetudini legate al retaggio rurale senza disperderne la preziosa eredità. La nuova cultura di massa lo vede attivissimo nell’elaborare moduli comunicativi al passo con i tempi e destreggiandosi fra le maglie strette del Regime fascista, che come nessun altro intellettuale egli sa allargare a suo piacimento, Longanesi è in grado di esercitare una sottile opposizione. Sono perciò più le noie che gli onori nella stanza dei bottoni in cui pure è riuscito a penetrare e dove esercita una specie di antipropaganda, sottoponendo all’acido corrosivo della satira ogni «campagna» del Regime: così per la «battaglia del grano» come per la «bonifica culturale», per la mitizzazione dell’antica Roma come per le mire imperiali della guerra d’Africa.


Il suo itinerario controcorrente lo distingue dagli intellettuali che, con la guerra, aderiranno alla Resistenza, quando invece Longanesi agiterà la bandiera dell’ «anti-antifascismo» per colpire, senza risparmio di veleni, la classe politica della Repubblica intenta alla ricostruzione. Stigmatizza con le armi della satira la società italiana del dopoguerra, preda del mito della «dolce vita» tra i fasti del boom economico, coltivando al contrario un’idea di Italia povera e antica da conservare, e cercando di elaborare, attraverso una nuova rivista, «Il Borghese», e la casa editrice che porta il suo nome, antidoti su antidoti per preservarla dagli eccessi del consumismo.


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