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 Leo Longanesi: la Fabbrica del Dissenso

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A sedici anni abbandonai la lettura di Luciano Zuccoli, preferito da mia madre, e scoprii Rubè di Borghese e le Laudi di d’Annunzio. E le Laudi divennero il mio pane. Eroi, miti, vestali, accendevano la mia fantasia liceale. Poi venne Kipling. E il socialismo, gli operai, i cortei, le bandiere rosse... mi apparvero come i segni di un mondo senza poesia.
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fioreBologna era ancora una città agraria, con poche industrie, ma fiera della sua tradizione universitaria. I suoi negozi erano ricchi e accoglienti, i suoi caffè vasti e affollati, e le librerie fornite di opere straniere d’ogni sorta... Quell’armonia bonaria e civile durò fino alla guerra del ’15. Poi cominciò l’età della propaganda, delle grandi bugie e dei grandi miti democratici. E Bologna, d’un tratto, passò dalla placida vita dell’Ottocento al convulso disordine del Novecento.


A Roma, a Milano, a Napoli, ho trascorso anni, ma a Bologna ho lasciato il cuore. Posso dire di conoscerne ogni porta, ogni finestra, ogni vicolo; ricordo il colore di certe vecchie case, quel rosso stinto, quell’arancione caldo, quel bianco gessoso...Bologna è sì un grosso centro di belle e antiche cose addossate a
due torri, e possiede splendide fughe di portici e bei tetti di tegole scure, color tonaca di frate, e statue di arenaria che si disfà, ma quel che di essa conta è, soprattutto, l’umore. Tutto è lecito, tutto è consentito, a condizione che ci si muova sul piano dell’intelligenza.

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Il classicismo era come uno strano impasto di ozio, di amore per i poeti soleggiati, delle piazze romane e del periodare sostenuto... Dei vizi popolari, della cucina casalinga e della pittura cinquecentesca, facevo tutto un gran pastone che chiamavo «gusto classico». E romantico, per contro, era tutto quello che non mi garbava, e che giudicavo provvisorio e nordico, patetico e protestante.

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Questa rivista non ha mai stampato le parole stirpe, era, cesarea, augustea... Dio ci scampi e liberi dagli archi di trionfo e dai fasci coi festoni... Uno stile non s’inventa dalla sera alla mattina. Lo stile fascista non deve esistere. Il nostro stile è quello italiano che è sempre esistito. Oggi occorre metterlo in luce. (1926)

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Le apparenze hanno per me uno straordinario valore e giudico tutto dall’abito. Il mio motto è: si vede subito. Non conosco il «profondo dell’io» e ho il coraggio di essere superficiale.

Rispetto l’aritmetica, la simmetria e la prospettiva. La modernità non mi esalta né mi sorprende. Credo che di importante, sopra ogni altra cosa, non esistano che le stagioni.

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Il Fascismo non ha tolta la libertà di stampa ma ha introdotto la responsabilità di stampa; e i giornali d’oggi sono monotoni, uguali, zelanti, cortigiani, leccapiatti appunto perché nessuno ha il coraggio d’assumere questa responsabilità, a costo di perdere onori e cariche. Non è dunque la libertà di stampa che fa difetto, ma è la stampa, che per vivere in pace, si taglia la testa e la mette nel sacco dei luoghi comuni. (1929)

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