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 I libri segreti. Le biblioteche di Gabriele D'Annunzio

testatina

 

Appunti

Appunti su carta intestata della bolognese Biblioteca comunale dell’Archiginnasio. Si tratta di studi preparatori per il romanzo Forse che sì forse che no (1910)

Alla capponcina

D’Annunzio alla Capponcina fotografato da Nuñes Vais.

Elenco autografo

Elenco autografo dei libri che D’Annunzio vuole recapitati ad Arcachon (in una lettera all’editore Guido Treves del 21 settembre 1911)

 

        

In un’epoca propensa a creare miti, Gabriele D’Annunzio è certo il primo scrittore a inventare il proprio. Senza attendere la sentenza dei posteri riesce subito a farsi consacrare da un pubblico ormai di massa, e non solo si impone, fin da giovanissimo, sulla nostra scena letteraria, ma prima dei trent’anni varcherà i confini della patria alla conquista dell’Europa.

Di origini borghesi e provinciali (nasce a Pescara nel 1863), si è fatto dal nulla, capace com’è di volgere a proprio vantaggio ogni occasione. Dopo gli studi liceali in un severo collegio di Prato, approda diciottenne a Roma dove preferisce le redazioni dei giornali alle aule universitarie. La sua firma comincia così a comparire, sempre più prestigiosa, nei quotidiani della Capitale, mentre dall’osservatorio privilegiato del giornale capta tendenze e predilezioni dei lettori. Articoli, poesie e novelle dell’esordio precoce preludono ai romanzi di successo in cui mette a frutto voraci letture a largo raggio fra le quali non manca quanto viene prodotto dalle avanguardie decadenti e simboliste d’ oltralpe.

Di ingegno versatile, ha inoltre affinato precise competenze in ambito figurativo e musicale, divenendo ben presto il sagace interlocutore degli artisti che si uniscono a lui per aggiornare culturalmente l’arretrata Italia postunitaria.

La Capponcina

D’Annunzio nello «studio alto» della Capponcina (per lui è la Piccionaia) fotografato da Nuñes Vais.

Nella Piccionaia

D’Annunzio nella Piccionaia della Capponcina (Nuñes Vais).

Omaggio a Pacelli

Omaggio di D’Annunzio a Ernesto Pacelli, Presidente del Banco di Roma.