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Marinetti e il Futurismo

la fondazione

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Copertina di «Le Papyrus», rivista fondata da Marinetti ad Alessandria d’Egitto nel 1894

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Luigi Daniele Crespi, copertina di «Il delizioso pericolo» di F. T. Marinetti, in «Racconta novelle», 15 dicembre 1920

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«O Oriente», Lisbona, 15 marzo 1908, pieghevole dedicato a Marinetti

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F. T. Marinetti, 1909

          

Avendo per numi tutelari Schopenhauer, Nietzsche, Bergson, Sorel, il pensiero marinettiano muove dal rifiuto delle idee positivistiche e dello scientismo deterministico, in linea con la più vivace cultura del tempo (tanto che l'ottavo articolo del manifesto è in perfetta sintonia con la teoria della relatività di Einstein). Dal punto di vista politico il poeta distribuisce lodi in modo equanime al patriottismo, al bellicismo, alla violenza, all'anarchismo libertario, alle rivoluzioni e alle lotte operaie, secondo una miscela ideologica eterogenea, non troppo distante da ciò che il sindacalismo rivoluzionario va predicando in quegli anni. Elemento fondante della sua poetica è il mito della macchina, che esprime non solo un'adesione talvolta acritica alle mitologie della modernità, ma, attraverso l'identificazione dell'uomo col motore, svela il desiderio di realizzare il sogno dell'eterna giovinezza, superando la vecchiaia, il decadimento fisico e dunque la morte.

Il topos delle fabbriche, dei motori, dell'elettricità, delle macchine ha antecedenti nella poetica del paesaggio industriale e urbano espressa da Charles Baudelaire, Arthur Rimbaud, Emile Verhaeren, Walt Whitman, Emile Zola, Paul Adam, non a caso prediletti da Marinetti. In particolare il tema dell'automa è trattato in alcuni romanzi simbolisti e decadenti: A' rebours (1884) di Joris-Karl Huysmans, dove le locomotive sono descritte come corpi femminili, Eva futura (1886) di Villiers de I'Isle-Adam, Il supermaschio (1902) di Alfred Jarry. Stéphane Mallarmé si è occupato dell'automobile nello scritto Sul Bello e l'Utile (1897), sensibile alla nuova estetica funzionale, sulla scia di William Morris, il padre del disegno industriale, che aveva conferito dignità artistica alle arti applicate. In Italia, la bellezza della velocità è esaltata da Mario Morasso, nel cui saggio La nuova arma. La macchina (1905) per la prima volta è formulato il paragone tra l'automobile da corsa e la Vittoria di Samotracia, poi ripreso da Marinetti nel più celebre passo del suo manifesto.

Tuttavia questi precedenti nulla tolgono all'originalità del futurismo, che ha il merito di rielaborare tali spunti in un'ottica tutta propria, fortemente polemica, facendone gli strumenti teorici di un programma molto vasto. Già Rimbaud ha assegnato alla poesia il compito di "cambiare la vita". Lautréamont ha detto che "la poesia deve essere fatta da tutti, non da uno solo" e Richard Wagner ha creduto nell'opera di gruppo. Ma il futurismo punta ancora più in alto, facendo propria l'ipotesi di un'arte collettiva che trasformi l'esistenza e, aggiungendo l'idea dell'organizzazione, di fatto elabora il modello che sarà ripreso da tutte le avanguardie successive.

  
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Filippo Tommaso Marinetti, Mafarka il futurista. Romanzo. Traduzione dal francese di Decio Cinti. Milano, Edizioni futuriste di «Poesia», 1910

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F. T. Marinetti all’età di quattordici anni