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Marinetti e il Futurismo

la fondazione

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Sante Monachesi, Ritratto di F. T. Marinetti, 1939

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Umberto Boccioni, vignetta di una serata futurista, 1911

          

Nel 1910 la scena principale di Marinetti è nuovamente Milano. Il 15 febbraio, assieme ai suoi amici Paolo Buzzi, Armando Mazza, Aldo Palazzeschi, Michelangelo Zimolo e Libero Altomare, e con la collaborazione di altri, egli promuove una "serata di poesia" al Teatro Lirico, che già all'annuncio allarma la Polizia, informata delle pericolose idee politiche seminate in giro dal "dottor poeta Marinetti". Difatti, a un certo punto della serata, il vicentino Zimolo, esponente dei comitati irredentisti "Dante" e "Trento e Trieste", comincia a leggere un'ode di Paolo Buzzi in difesa del generale Vittorio Asinari di Bernezzo, collocato nella riserva in anticipo per aver alluso, durante un convito di ufficiali, alla potenziale liberazione dei territori italiani ancora soggetti all'Austria. Intervengono le guardie, i carabinieri entrano in sala a dar man forte ai questurini, scoppia il tumulto, si alzano grida di "Abbasso l'Austria!" e di "Viva l'Italia!"; e alla fine Marinetti, Mazza e Zimolo vengono condotti in Questura, mentre gli scontri tra giovani nazionalisti e giovani "sovversivi", spenti nel teatro dalla forza pubblica, riprendono a divampare nella Galleria: che diverrà col tempo uno dei luoghi elettivi del poeta: per i sodalizi artistici, per i rendez-vous galanti e per le manifestazioni patriottiche.
Alla serata del Lirico, accanto al pittore Luigi Russolo, che viene da una famiglia di musicisti di Portogruaro, c'era un pittore di ventott'anni che s'infiamma di Marinetti e della sua compagnia; un artista che diventerà la punta di diamante della pittura e della scultura futuriste: Umberto Boccioni. Alla fine del febbraio 1910 Boccioni, Carlo Carrà e Russolo, con il contributo di Marinetti, redigono il Manifesto della Pittura Futurista, Alle prime tre firme si aggiungono quelle di due amici di Boccioni che vivono lontano da Milano: il piemontese Giacomo Balla, che è a Roma, e il toscano Gino Severini, che è a Parigi da quattro anni.
Marinetti intanto viaggia: eccolo in Libia, al seguito del corpo di spedizione italiano che avvia la conquista della "quarta sponda" tenuta dai turchi e dai tripolini del Bey. É accreditato come corrispondente del parigino "l'Intransigeant", giornale del suo amico Leon Bailby, del quale è socio, ma durante una rappresaglia degl'italiani è tra le pattuglie avanzate e spara a sua volta, in obbedienza al temperamento, che gli impone di prender partito, sempre e comunque. Ed eccolo poi - sempre nelle vesti di giornalista, ma stavolta armato soltanto della penna - davanti alle mura e dinanzi alle cupole di Adrianopoli, la piazzaforte dei Balcani tenuta dai turchi e assediata dai serbi e dai bulgari. Due distinte versioni della guerra; dalle quali caverà due libri che diventeranno notissimi e sono oggi preziosi: La Battaglia di Tripoli, del 1911 e Zang Tumb Tuum, Adrianopoli, ottobre 1912: nel quale le parole, già in copertina, si liberano dalle catene sequenziali, dalla costrizione lineare e divengono effettivamente "parole in libertà".


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I futuristi durante la serata al Teatro Lirico di Milano, 15 febbraio 1910

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Giovanni Manca, vignetta, 1909