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Marinetti e il Futurismo

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Leo Longanesi, Ritratto di F. T. Marinetti, 1922

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Oswado Bot, F. T. Marinetti, 1929

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Mino Delle Site, Aeromarinetti, 1935

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Giacomo Balla, F. T. Marinetti, circa 1920-22

          

Negli anni Trenta, Marinetti aiuta e protegge molti artisti, intellettuali e politici che, antifascisti, sono finiti in carcere, al confino o nelle maglie della censura. Tra gli altri Parri, Ugo Arcuno, Aligi Sassu, Paolo Ricci, Guglielmo Peirce e Roberto Bracco. Nell'ottobre 1935 parte volontario per la guerra di conquista dell'Etiopia e nel gennaio 1936 è assediato in un fortino durante la battaglia di Passo Uarieu. Quella battaglia gl'ispirerà Il poema africano della divisione 28 Ottobre, opera dedicata al coraggio degli uomini e ai protagonismi delle macchine belliche, positivamente recensita da Giacomo Debenedetti, critico letterario tutt'altro che simpatizzante del regime. Tornato dall'Etiopia, Marinetti continua ad alimentare il movimento futurista avviandolo ai nuovi orizzonti, aprendogli varchi nelle grandi mostre, nelle case editrici e nei giornali. I gerarchi non lo amano, né amano il Futurismo: ma sanno che Marinetti può parlare con Mussolini quando vuole; sicché quasi sempre il poeta riesce a ottenere qualche spazio per gli artisti futuristi.
La poetica del dinamismo, che si configurò nell'automobile, nella locomotiva, nei ruotismi della meccanica ha perduto di mordente. La velocità, le macchine, l'elettricità sono ormai nell'ordinaria quotidianità. E poi quella poetica ha già avuto negli anni Dieci i suoi poeti. Ma c'è una nuova leva di futuristi, in Italia e fuori; una leva variegata, con un'ampia gamma di sensibilità, con motivazioni nuove. Fillia, Sartoris, Diulgheroff, Pozzo, Mino Rosso, Oriani - siamo nella seconda metà degli anni Venti - germogliano a Torino. I futuristi-circumvisionisti si fanno strada a Napoli. A Roma c'è Somenzi, splende il genio pittorico di Prampolini con l'estro di Pannaggi, di Paladini, di Marchi e dei fratelli Bragaglia, e il grande Balla conserva amicizia al poeta. Marinetti, nel 1929 è nominato da Mussolini accademico d'Italia e apre in quell'anno una nuova stagione al Futurismo, la stagione dell'Aeropittura, con un articolo che appare nella "Gazzetta del Popolo" il 22 settembre. Adesso che gli aeroplani attraversano i cieli, adesso che si è vicini a un generalizzato uso dell'aereo, le cose non vanno più viste da questo e da quel lato, come si dice, ma vanno viste dall'alto - egli argomenta; e così traduce in parole povere, ottime per l'impiego comunicazionale, la sua poesia del volo: che coltiva dal giorno che ronzò su Milano stando sul traliccio volante del pilota Bielovucic, nel 1911. Si arriva quindi nel 1931 alla sottoscrizione del Manifesto dell'Aeropittura, che è firmato da Balla, Benedetta, Prampolini, Dottori, Depero, Somenzi, Fillia, Tato.

All'Aeropittura seguiranno, l'Aeroscultura e l'Aeropoesia, anch'esse rivolte non tanto verso gli spazi stratosferici o verso gli spazi cosmici (si pensi ad alcune note opere di Prampolini) quanto verso la dimensione spirituale. Del resto Marinetti, allorché negli anni Trenta apre questi nuovi orizzonti al Futurismo, è in consonanza forse inconsapevole con la poetica del volo che infiamma alcuni altri esponenti delle lettere e delle arti in Europa. Per esempio, Antoine Marie Roger de Saint-Exupéry, l'autore del Piccolo principe.

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Francesco Cangiullo, Pasqua da Balla, 1914. Al centro di schiena è raffigurato Marinetti mentre tenta esperimenti artistici