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Dante e il suo tempo - Catalogo

Approfondimenti
 
 
Vissuto nel sec. XI a.C., ultimo dei figli di Iesse, pastore di Betlemme, il più gracile e, fatto ancor più grave nel mondo ebraico, rosso di capelli, fu scelto dall' inviato del Signore quale nuovo re. Davide venne educato a corte ed ebbe modo di distinguersi uccidendo il gigante Golia nella guerra contro i Filistei. Dopo questa impresa gli fu data in moglie Micol, la figlia del re Saul, alla cui morte fu acclamato re. Il regno di Davide fu scandito da ripetute guerre, tutte vittoriose, contro le tribù allo scopo di rendere più stabili e sicuri i confini del regno di Israele. La traslazione a Gerusalemme, ormai sicura e pacificata, dell'Arca dell'Alleanza, infine, fu il momento di maggior gloria per il re. A settant'anni, dopo quarant'anni di regno (dal 1004 al 961 a.C. circa) in cui era riuscito ad assicurare l'indipendenza di Israele e la sua interna organizzazione politica, militare e religiosa, Davide morì.
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Diomede, compagno inseparabile di tante avventure, dopo aver partecipato alla guerra degli Epigoni contro Tebe fu uno dei protagonisti della guerra di Troia, e compagno di Ulisse in tanti inganni.
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È la zona dell'Inferno dantesco che comprende i cerchi dal sesto al nono. La "città di Lucifero" (dal latino Dis-Ditis, cioè "divinità", epiteto attribuito dagli antichi a Plutone, re degli inferi pagani), è circondata dalla palude stigia e chiusa da una cerchia muraria provvista di alte torri rosse. L'accesso è sorvegliato da gruppi di diavoli.
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Tesoriere di Seleuco IV (218-175 a.C.), re della Siria, Eliodoro ricevette l'ordine di spogliare del suo tesoro il Tempio di Gerusalemme, ma, mentre si accingeva a compiere il gesto sacrilego fu ridotto in fin di vita dalla potenza di Dio.
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Re di Navarra, figlio di Tebaldo I, Enrico I successe al fratello Tebaldo II dopo la sua morte avvenuta nel 1270. Morì a Pamplona, capitale del suo regno, l'anno successivo all'incoronazione, osteggiata da entrambe le case regnanti spagnole, Aragona e Castiglia. La figlia Giovanna, sua erede, andò sposa a Filippo IV il Bello, delfino di Francia.
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Figlio di Giovanni Senzaterra, nato nel 1207 Enrico III successe al padre sul trono inglese nel 1216. Costretto ad approvare gli statuti di Oxford, prima forma di Parlamento, li annullò nel 1264, scatenando la rivolta dei baroni guidati da Simone di Monfort. La ribellione fu poi stroncata dal figlio, il futuro Edoardo I. Enrico III morì nel 1272.
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Il mito narra del re di Argo Anfiarao, a cui un indovino aveva predetto un tragico destino nella spedizione dei sette contro Tebe. Per cercare scampo alla morte, si era imboscato. Ma Erifile, la moglie, corrotta da una preziosa collana, opera di Efesto, aveva rivelato il nascondiglio costringendolo a partecipare alla spedizione contro Tebe dove morì nel combattimento. Il figlio Alcmeone vendicò allora il padre, uccidendo la madre Erifile.
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Nel Medioevo la mortalità infantile era molto alta, solo due bambini su tre raggiungevano i cinque anni. Oltre alle malattie ed alla malnutrizione tra le cause della mortalità vi era l'infanticidio, in special modo quello femminile, praticato soprattutto dai poveri. In una società rurale il maschio assicurava un paio di braccia in più per i faticosi lavori dei campi, mentre la femmina, a cui il magro bilancio domestico non poteva garantire la dote, indispensabile viatico per il matrimonio, rappresentava un peso improduttivo.
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Ezzelino III da Romano, signore della Marca Trevigiana, l'attuale Veneto, dal 1223 al 1259, fu di parte ghibellina ed acceso sostenitore di Federico II. Quando nel 1254 Innocenzo IV lo scomunicò, accusandolo di eresia, ed indisse una crociata per abbatterlo, l'invito venne accolto con entusiasmo dalle borghesie municipali ai cui occhi egli era ormai diventato il simbolo vivente della corruzione, un tiranno che aveva soffocato le libertà civiche. Nel 1259 a Cassano d'Adda Ezzelino fu sconfitto da una lega di Comuni guelfi e morì poco dopo rifiutando di farsi curare le ferite. La propaganda guelfa lo dipingeva come efferato tiranno attribuendogli anche un'origine demoniaca.
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Farinata è appellativo di Manente degli Uberti, di antica famiglia fiorentina di parte ghibellina (filoimperiale). Visse a Firenze nei primi decenni del XIII secolo, periodo tra i più turbolenti della storia cittadina. Nel 1248, a capo dei ghibellini, guidò la cacciata dei guelfi dalla città. Morì nel 1264, due anni prima della battaglia di Benevento che, sancendo il tramonto degli imperatori svevi in Italia, segnò il definitivo rientro dei guelfi a Firenze. Nel 1283 le ossa di Farinata e sua moglie Adaleta furono riesumate per risponder del delitto di eresia, derivante dalla contestazione alle ingerenze politiche del papato più volte denunciata dal partito ghibellino.
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Farinata, figlio di Marzucco degli Scornigiani, venne assassinato da un pisano suo concittadino; secondo gli ultimi studi si tratterebbe invece di Gano, un altro figlio di Marzucco, che fu fatto uccidere dal conte Ugolino nel 1287. Marzucco era entrato l'anno prima nell'ordine francescano, e dimostrò la sua forza d'animo sia nell'accettazione serena di quel dolore, sia nella decisione con la quale si oppose ad ogni tentativo di vendetta da parte dei suoi consorti.
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Figlio di Guido Novello dei conti Guidi, Federico venne ucciso presso Bibbiena nel 1289 o nel 1291 dai guelfi fuoriusciti da Arezzo, messi in fuga dai Tarlati di Pietramala. Guido Novello, era a capo delle schiere ghibelline vittoriose nella battaglia di Montaperti (1260). Fu in seguito vicario imperiale a Firenze fino al 1266 e morì nel 1293 a capo delle armate aretine nella Battaglia di Campaldino, cui partecipò anche Dante.
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Il gigante Fialte, figlio di Poseidone e di Ifimedia, fu tra coloro che tentarono la scalata al cielo, contro gli dei olimpici, e quindi è condannato, nell'inferno dantesco, ad essere immobilizzato da possenti catene, per l'eternità.
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I neonati venivano subito avvolti in strette fasce per timore che la fragilità ossea potesse comprometterne la crescita. Allora come oggi il neonato trascorreva la maggior parte del tempo nella culla. In Italia fu preferito il dondolìo testa-piedi, mentre nel resto d'Europa si diffuse la culla dal dondolio spalla-spalla. Lasciata la culla, il bimbo muoveva i primi passi in un girello a ruote, simile al modello ancora in uso.
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Filippo III l'Ardito nacque nel 1245 e salì sul trono alla morte del padre Luigi IX nel 1270. Il figlio Filippo IV il Bello gli successe sul trono di Francia mentre l'altro figlio, Carlo di Valois, fu arbitro nelle vicende politiche di Firenze del 1301. Nel periodo di maggior tensione fra la Francia e la Castiglia, Filippo III, entrò in guerra anche con l'Aragona di Pietro III, ma dovette ritirarsi, mentre un'epidemia di peste decimava il suo esercito. Colpito anch'egli dal contagio, morì nel 1285, a Perpignan.
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Filippo IV il Bello, figlio di Filippo III l'Ardito e fratello di Carlo di Valois, nacque nel 1268 e successe al padre sul trono di Francia nel 1285. Rivendicando il diritto al controllo sul clero francese si pose in urto con il papa Bonifacio VIII, che aveva promulgato la bolla "Unam Sanctam", per affermare la supremazia del potere ecclesiastico su quello imperiale Scomunicato nel 1303, tentò, nello stesso anno, di sequestrare il papa per sottoporlo ad un processo in Francia ed a questo scopo inviò in Italia Guglielmo di Nogaret. Questo episodio è noto come l'oltraggio di Anagni. Quello che non riuscì con Bonifacio VIII, morto poco dopo i fatti di Anagni, Filippo IV lo ottenne però dal successore Clemente V (Bertrand de Got): il nuovo papa, francese di nascita, trasferì la sede del papato ad Avignone nel 1309, sotto il completo controllo, quindi, del re di Francia. In seguito impose la soppressione dell'ordine dei Templari, ordine religioso-militare che era stato fondato come sostegno sanitario spirituale e militare ai pellegrini in viaggio verso Gerusalemme ed era divenuto, col tempo, ricchissimo e potente.
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Nella mitologia è il fiume di fuoco che circonda il Tartaro. Secondo Omero, si unisce al Cocito nel formare l'Acheronte. Secondo Platone si riversa in una grande pianura arsa da fuoco violento e forma una palude più grande del mare, tutta ribollente d'acqua e di fango; da qui scorre circolarmente, torbido e fangoso e, sempre sotto terra, volge a spirale il suo corso fino a giungere alle estreme rive della palude acherusiade, ma senza mescolare le sue acque; dopo molti altri giri sotterranei, si getta in un punto più basso del Tartaro.
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Un altro personaggio mitologico passato all'universo cristiano sottoforma di diavolo, Flegias era il re di Beozia. Per vendicarsi di Apollo, che aveva sedotto sua figlia, incendiò il tempio del dio a Delfo. Apollo lo fulminò e lo gettò nel Tartaro, Flegias simboleggia l'ira violenta, per questo Dante lo pone a guardia del V° cerchio.
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Figlio di Simone Donati e fratello di Corso, il feroce capo della parte Nera fiorentina, nonché cugino della moglie di Dante, Gemma Donati. La famiglia Donati appartiene, dunque, alla sfera privata della vita di Dante. Morto nel 1296, Forese era legato da amicizia al poeta con cui, in età giovanile, aveva scambiato una tenzone di sonetti burleschi, in cui Forese era stato più volte accusato di golosità.
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Figlio del giurista fiorentino Accorso da Bagnolo, Francesco d'Accorso intraprese la stessa carriera del padre insegnando diritto giuridico all'Università di Bologna fino al 1273, quando, chiamatovi da re Edoardo I, si recò ad insegnare all'Università di Oxford. Rientrò a Bologna solo nel 1281, quando gli furono restituiti i beni, confiscatigli perché di parte ghibellina.
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Franco Bolognese era un miniatore, attivo a Bologna fra la fine del '200 e l'inizio del secolo successivo. Di lui non si hanno altre notizie che quelle fornite in questo passo da Dante e le sue opere non sono del tutto distinguibili da quelle di Oderisi da Gubbio. Dai versi di Dante e sulla scorta dei commentatori antichi si può desumere che lo stile di Franco, che aveva recepito influssi di gotico francese e spunti giotteschi, fosse più innovativo rispetto a quello di Oderisi, più conservatore e legato allo stile bizantino.
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Alberigo dei Manfredi, faentino di parte guelfa, apparteneva all'Ordine dei frati godenti, come venivano chiamati i Cavalieri di Santa Maria. Questo ordine, costituito da chierici e laici, aveva il compito sia di contrastare le eresie, sia di pacificare le avverse fazioni cittadine e, per questi motivi, i membri dell'Ordine avevano il permesso di portare armi. La tendenza dell'Ordine a scendere a compromessi con la vita agiata e mondana dei suoi membri determinò forse l'uso del soprannome di "frati godenti", che non aveva un connotato dispregiativo. L'ordine, fondato a Bologna nel 1260 ed approvato da papa Urbano IV nell'anno successivo, fu tuttavia al centro di un'accusa di ipocrisia, largamente diffusa al tempo di Dante, quando Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò accettarono la podesteria di Firenze, mentre l'Ordine vietava ai suoi membri di ricoprire cariche pubbliche. Alberigo dei Manfredi aveva invitato due suoi parenti, con cui era in profondo disaccordo, ad un pranzo di pacificazione, ma, ad un segnale convenuto, i servi li trucidarono.
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Sardo di nascita, frate Gomita fu vicario del giudice Nino Visconti, figlio di Giovanni, signore del giudicato di Gallura in Sardegna (uno dei quattro giudicati in cui i Pisani suddivisero la Sardegna dopo averla conquistata ai Saraceni) dal 1275 al 1296. Lo stesso Nino lo fece impiccare per corruzione. Tutti gli antichi commentatori lo considerano barattiere, capace di rendere la libertà per denaro ai nemici imprigionati.
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Nella mitologia greca le Erinni o Furie sono le tre dee della vendetta: Tisifone, Megera e Aletto. Avevano il compito di punire i delitti e le malefatte che non venivano scoperti dalla giustizia umana. Creature mostruose nate dal sangue di Urano, possedevano ali di pipistrello e serpenti al posto dei capelli. Abitavano nell'Ade dove, armate di flagello, amministravano la giustizia e le punizioni tra gli inferi. Talvolta, però abbandonavano il regno dell'oltretomba per perseguitare anche i viventi.
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