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Dante e il suo tempo - Catalogo

Approfondimenti
 
 
Gano di Maganza è un personaggio del ciclo carolingio della "chanson de geste" che racconta la leggendaria e sfortunata impresa di Carlo Magno per scacciare gli arabi dalla Spagna (778). Narra la "Chanson de Roland" che, fallito l'assedio di Saragozza, le armate di Carlo presero la via del ritorno attraverso i Pirenei, ma Gano di Maganza, un paladino geloso del favore accordato ad Orlando, tramò con i saraceni un'imboscata nei pressi di Roncisvalle ai danni dei suoi compagni. I franchi si batterono coraggiosamente, ma perirono uno ad uno: Orlando morente suonò l'Olifante ed il re Carlo giunse appena in tempo perché il fedele e coraggioso paladino potesse spirare fra le sue braccia. Gano di Maganza fu ucciso a sua volta.
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Figlio di Bello di Alighiero I, Geri era cugino del padre di Dante, ricordato in due documenti del 1266 e del 1276 che lo dicono accusato di rissa e percosse in un processo a Prato. Le notizie più sicure circa il suo assassinio e la conseguente vendetta che tutti si aspettavano sono fornite dai figli di Dante: Jacopo individua la causa dell'uccisione di Geri nell'aver seminato discordie, mentre Piero indica nella persona di Brodaio dei Sacchetti l'assassino. Secondo Benvenuto la vendetta per l'uccisione di Geri sarebbe avvenuta trent'anni dopo la sua morte con l'uccisione di un Sacchetti. La riconciliazione tra gli Alighieri e i Sacchetti avvenne solo nel 1342 per volontà del Duca di Atene, tanto furono lunghi e profondi gli odi familiari.
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Figlio di Crisaore e di Calliroe, re dell'isola Eritea, Gerione era un gigante con tre teste, sei braccia e sei gambe, cioè con tre corpi uniti su un unico ventre. Possedeva immensi armenti di buoi rossi custoditi dal mostruoso cane Orto, figlio di Echidna. Nella sua decima fatica, Ercole raggiunse l'isola di Eritea, dove pose i confini del mondo conosciuto (le Colonne d'Ercole), uccise Gerione ed Orto e portò gli armenti ad Argo. Nella mitologia classica non è considerato un frodatore e le sue caratteristiche sono diverse da quelle descritte da Dante.
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L'identificazione di questo personaggio è impossibile a causa delle scarse notizie fornite da Dante. Anche gli antichi commentatori, che tentarono di individuare l'accidioso abate, trassero le loro notizie dal testo dantesco e le ampliarono con altri aneddoti. I moderni commentatori hanno rintracciato un abate di S. Zeno vissuto al tempo del Barbarossa e vicino alle caratteristiche del personaggio dantesco, ma è poco più che un nome.
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Gherardo da Camino fu signore di Treviso e noto mecenate. Gherardo ricoprì la carica di capitano a Treviso, Belluno e Feltre nella prima metà del ‘300, ma Dante sembra ignorare, o comunque dimenticare, gli stretti rapporti che legarono Gherardo ad Azzo VIII d'Este ed il suo probabile coinvolgimento nell'assassinio di Jacopo del Cassero.
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Proveniente da una famiglia di tradizione ghibellina, il nobile fiorentino Gianni de' Soldanieri, era passato alla parte guelfa dopo la battaglia di Benevento e la morte di Manfredi. Nelle sue “Cronache” il Villani ricorda il suo tradimento, ma ne tesse anche altissime lodi, considerandolo uno dei personaggi più illustri di Firenze, e, come Dante, vittima dell'incomprensione dei suoi concittadini.
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Gianni Schicchi de' Cavalcanti, fiorentino, è condannato come falsatore di persona, perché si finse Buoso Donati, appena morto. Disteso nel letto al posto del defunto e contraffacendone la persona, Gianni Schicchi dettò un testamento a favore del nipote di Buoso, Simone Donati e assegnò a se stesso una bella giumenta del valore di duecento fiorini.
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Allevato dal centauro Chitone, raggiunta l'età adulta, Giasone si presentò a corte per riavere il suo trono dall'usurpatore Pelia, che con la segreta intenzione di vederlo morto, gli promise il regno solo se avesse conquistato il Vello d'oro, custodito nella lontana Colchide. Giasone radunò cinquanta giovani eroi greci, tutti di stirpe divina, che furono chiamati Argonauti dal nome della nave. Uscito vittorioso dall'impresa, grazie all'aiuto di Medea, da lui sedotta e abbandonata, si stabilì a Corinto, dove morì.
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Come delle torri di città fortificate, i giganti troneggiano intorno alla parete del profondo pozzo, posto al centro di Malebolge. Tutti, tranne Nembrot, di tradizione biblica, sono figure protagoniste di miti greci, pervenute a Dante da più fonti latine, fra cui, in massima parte, Lucano. Nel Medioevo si credeva nell'esistenza di questi uomini giganteschi, oltre che per l'autorità delle fonti antiche, anche per le testimonianze bibliche. Nella mitologia classica, invece, i Giganti erano i figli mortali nati dalla Terra e dal sangue di Urano; quando si sollevarono contro Zeus, vennero sterminati nella pianura di Flegra e sprofondati nel Tartaro. Sia i giganti classici che il biblico Nembrot sono accomunati da una stessa pena, l'immobilità, per un identico peccato, il tentativo di ergersi al di sopra di tutti e conquistare la supremazia dei cieli.
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Il giorno cominciava al mattino con la levata del sole all'hora prima. I sottomultipli dell'ora non erano molto importanti. Al massimo si considerava la mezz'ora, detta punctum. La giornata era ritmata dalle funzioni religiose e dalle campane che annunciavano il passare nel tempo di ore disuguali tra loro.
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Dopo il Giudizio Universale era prevista la Resurrezione dei morti, con la restituzione del corpo. Dato che questo aspetto del dogma provocò lunghe discussioni, (gli storpi avrebbero avuto lo stesso corpo? i vecchi ed i bambini si sarebbero reincarnati nel corpo che avevano in punto di morte?) si giunse ad una chiara e definitiva sistemazione del problema del corpo nel rispetto dello scritto di Paolo. Il santo nella Lettera agli Efesini indicò che il corpo resuscitato avrebbe avuto l'età del Cristo. Dunque ognuno doveva aspettarsi il corpo dei trent'anni preservato da difetti o tare fisiche.
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Giotto, figlio di Bondone del Colle, nacque a Vespignano, nel Mugello, intorno al 1267. Entrato nella bottega di Cimabue seguì il maestro ad Assisi, dove eseguì il ciclo di affreschi sulla vita di S. Francesco della basilica superiore. Avendo ormai definito uno stile proprio, che ampliava e sviluppava le premesse di osservazione del vero impostate da Cimabue, Giotto passò al servizio di papa Bonifacio VIII a Roma, e poi a Padova, dove affrescò la cappella di Enrico Scrovegni. A Firenze il pittore fu molto attivo: suoi sono gli affreschi di S. Croce, della Cappella Peruzzi e della Cappella Bardi, pitture su tavola (fra cui la 'Maestà' e la 'Dormitio Virginis') ed il progetto del campanile del Duomo. Durante i suoi soggiorni fiorentini Giotto ebbe occasione di conoscere Dante e di stringere con lui una solida e duratura amicizia. Giotto morì a Firenze nel 1337.
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Oloferne generale supremo delle truppe assire di Nabucodonosor (605-562 a.C.), preceduto da fama di invincibilità, spinse popoli e città a consegnarsi spontaneamente e ad accettare, insieme al dominio assiro, anche la distruzione dei propri templi e l'abbandono delle divinità tradizionali. La Giudea, tuttavia, pur temendo la potenza di Oloferne, si preparava a resistere agli avamposti di Betulia e Betomenstaim. A Betulia abitava Giuditta, una giovane e bella vedova molto stimata anche dagli avversari Assiri. Per spezzare l'assedio della sua città, Giuditta si rivestì degli abiti più belli e si recò nell'accampamento assiro dichiarando di voler tradire la sua città in cambio della salvezza personale e del favore del generale Oloferne. Giuditta si trovava da tre giorni nel campo assiro quando Oloferne la invitò ad un banchetto. Una volta che il generale fu crollato per il troppo bere, la donna sfilò la sua scimitarra e lo decollò. Scoperta la morte del generale, gli Assiri fuggirono disordinatamente, offrendo una facile preda alla vendetta israelita.
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Oloferne generale supremo delle truppe assire di Nabucodonosor (605-562 a.C.), preceduto da fama di invincibilità, spinse popoli e città a consegnarsi spontaneamente e ad accettare, insieme al dominio assiro, anche la distruzione dei propri templi e l'abbandono delle divinità tradizionali. La Giudea, tuttavia, pur temendo la potenza di Oloferne, si preparava a resistere agli avamposti di Betulia e Betomenstaim. A Betulia abitava Giuditta, una giovane e bella vedova molto stimata anche dagli avversari Assiri. Per spezzare l'assedio della sua città, Giuditta si rivestì degli abiti più belli e si recò nell'accampamento assiro dichiarando di voler tradire la sua città in cambio della salvezza personale e del favore del generale Oloferne. Giuditta si trovava da tre giorni nel campo assiro quando Oloferne la invitò ad un banchetto. Una volta che il generale fu crollato per il troppo bere, la donna sfilò la sua scimitarra e lo decollò. Scoperta la morte del generale, gli Assiri fuggirono disordinatamente, offrendo una facile preda alla vendetta israelita.
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Poche sono le notizie sulla vita di Griffolino: nel 1258 lo troviamo iscritto nella società dei Toschi a Bologna e di lui si sa che esercitava la professione di alchimista. Fu bruciato vivo come eretico prima del 1272. Egli avrebbe detto per burla ad Albero da Siena, uomo nobile e ricco, ma di poco cervello, che sarebbe stato capace di farlo volare, ma l'altro, prendendolo in parola, volle che effettivamente Griffolino gli insegnasse l'arte del volo. Poiché non riuscì ad ottenere il segreto del volo, Albero lo accusò di eresia, e, con l'appoggio del vescovo di Siena, lo fece condannare al rogo. Ma punendo Griffolino come falsatore di metalli e non come eretico, Dante fa comprendere chiaramente quanto la sua morte fu la vendetta di uno sciocco.
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Guccio de' Tarlati, vissuto nella seconda metà del sec. XIII, era il signore di Pietramala, castello in territorio aretino. Sulla sua morte esistono ipotesi contrastanti. Alcuni antichi commentatori lo dicono morto mentre inseguiva i suoi nemici, i guelfi fuoriusciti da Arezzo, altri mentre era inseguito dagli avversari, dopo la Battaglia di Campaldino.
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Guglielmo VII Spadalunga, marchese di Monferrato dal 1253, era nato nel 1240 da Bonifacio e Margherita di Savoia. Estese i suoi domini fino all'occupazione di Milano, espansione che provocò il contrasto con i Savoia e Matteo Visconti. Recatosi ad Alessandria per arruolare rinforzi, venne fatto prigioniero e rinchiuso in una gabbia di ferro, dove fu tenuto per un anno e mezzo fino alla morte, avvenuta nel 1292. Il figlio Giovanni I mosse contro Alessandria per vendicare il padre, ma la lunga e sfortunata guerra impoverì e danneggiò il marchesato.
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Guido Cavalcanti, nato qualche anno prima di Dante, fu il rappresentante più valido della lirica stilnovistica a Firenze, e Dante compì i suoi primi esperimenti poetici sull'esempio dell'amico Guido, esponente di una famiglia di antica nobiltà. Prese parte alle vicende politiche della città fino a quando venne esiliato a Sarzana in seguito a gravi disordini scoppiati in città, proprio quando, nel 1300, Dante ricopriva la carica di priore. Lì contrasse la malattia che lo portò alla morte alla fine dell'estate dello stesso anno, poco dopo il rientro in patria.
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Guido I da Montefeltro, nato intorno al 1220, signore della contea di Montefeltro, fu un abile uomo politico ed un condottiero capo del partito ghibellino in Romagna e Toscana e si segnalò per parecchi fatti d'arme. Nel 1289 fu podestà a Firenze e ne guidò le armate nella guerra contro Pisa, poi, divenuto signore di Urbino nel 1296, si riconciliò con il papa e, entrato nell'Ordine francescano, morì nel monastero di Assisi nel 1298. Dante trasse dalle "Historiae" di Riccobaldo da Ferrara un episodio della vita di Guido dopo l'ingresso in convento. Egli, ormai pentito e riconciliato con Dio, era destinato alla salvezza eterna, quando papa Bonifacio VIII, ricordando la sua abilità di stratega, gli chiese consiglio per espugnare con l'inganno la città di Palestrina e sconfiggere definitivamente la nemica famiglia dei Colonna. La città fu presa, ma il papa venne meno ai patti e negò a Guido l'assoluzione per il suo peccato.
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Guido, della nobile famiglia dei Roberti di Reggio Emilia, visse nella seconda metà del XIII sec. e morì di certo dopo il 1315. Poco si conosce delle vicende della sua vita a parte la stima ed il ricordo che Dante gli ha tributato.
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Nobile ravennate della famiglia degli Onesti, signori di Bertinoro, di parte ghibellina, Guido fu per lunghi anni giudice in varie città della Romagna: Imola, Faenza, Rimini, Ravenna e nella stessa Bertinoro. Viene menzionato per l'ultima volta nel 1249, che si presume essere la data della sua morte.
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Guido di Monfort, figlio del duca Simone di Leicester, vicario di Carlo I d'Angiò in Toscana, si distinse per le efferate crudeltà commesse. Nel 1272 a Viterbo uccise, durante la messa, Enrico di Cornovaglia, cugino del re d'Inghilterra. Questo delitto rimase impunito, forse per esplicito intervento di Carlo d'Angiò, ma il colpevole fu isolato dalla vita civile con la scomunica. Riabilitato, in seguito, dalla scomunica, Guido di Monfort tornò al servizio degli Angiò e morì prigioniero a Messina durante la guerra del Vespro.
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Poeta bolognese, Guido Guinizzelli (1230 ca. - 1276) è tradizionalmente considerato uno dei maggiori rappresentanti della poesia tosco-emiliana anteriore allo Stilnovo. L'esiguità dei componimenti rimastici non consente di stabilire un'esatta evoluzione del suo stile. Sappiamo che la sua poesia, scostandosi dallo stile della Scuola poetica siciliana, introdusse al dolce stil novo, per questo Dante lo considera padre letterario. Figlio del giudice Guinizzello da Magnano e di un'esponente della famiglia Ghisilieri, esercitò la professione forense dal 1266 al 1270. Seguace del partito ghibellino, nel 1274 rimase coinvolto nelle lotte tra fazioni che portarono al potere della città emiliana i guelfi. Costretto a riparare a Monselice con la famiglia, morì prima del novembre 1276.
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La città medievale, con le sue case quasi interamente di legno, viveva nella costante paura degli incendi. Per evitare che le fiamme si propagassero rapidamente in tutto l'edificio, in molti casi la cucina era all'ultimo piano. Il secchio di acqua passato di mano in mano era l'unico mezzo per tentare di domare le fiamme. Anche le donne prestavano la loro opera, e ci doveva essere sempre qualcuno che approfittava della confusione perché alcuni regolamenti facevano preciso riferimento al divieto di infastidire le donne impegnate nell'opera di soccorso. Nei casi estremi per circoscrivere le fiamme si abbattevano le case attorno al focolaio d'incendio. Chi appiccava incendi era punito col rogo. Ovviamente.
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Jacopo da Sant'Andrea ereditò dalla madre un ingentissimo patrimonio. Prodigo oltremodo e pazzo lo sciupò in pochissimi anni. Secondo la voce popolare, andando in barca a Venezia per divertimento scagliò e fece poi rimbalzare sull'acqua un gran numero di monete d'oro. Un'altra volta, durante una partita di caccia, essendosi inzuppato per un improvviso temporale, per asciugarsi pensò bene di dar fuoco a un casolare ricompensando il proprietario col dono di dieci campi. E ancora, una notte per illuminare la strada alla solita brigata di amici, bruciò tutte le case; forse erano "casoni" dal tetto di paglia, che sorgevano lungo il tragitto che dovevano compiere. così Jacopo in pochissimi anni completò la rovina della famiglia già iniziata dai vizi della madre Speronella.
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Appartenente ad una nobile famiglia di Fano, Jacopo del Cassero nacque nel 1260 e fu un valoroso uomo d'armi e uomo politico; nel 1288 prese parte con i guelfi marchigiani alle guerre fra Firenze e Arezzo. Nel 1296 fu podestà di Bologna e si oppose con violenza alle mire ambiziose del signore di Ferrara, Azzo VIII d'Este, rendendoselo nemico. Questi, infatti, inviò dei sicari che lo uccisero a Oriago, sulle rive del Brenta, nel 1298, mentre Jacopo cercava di raggiungere Milano per assumere la carica di podestà della città.
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Arcolano, Lano, da Squarcia, ricoprì cariche pubbliche nella sua città, Siena, e partecipò a varie spedizioni militari tra il 1285 ed il 1287. Boccaccio ci dice facesse parte di un gruppo di giovani ricchi e dissoluti che nella Siena duecentesca mise in comune le proprie sostanze e si diede ai divertimenti. Il 26 giugno 1288 Lano cadde nell'imboscata tesa dagli Aretini ai Senesi presso Pieve al Toppo, in Val di Chiana. Secondo alcuni Lano cercò volontariamente la morte perchè era ormai ridotto in miseria.
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Figlia di Latino e di Amata, Lavinia fu il motivo apparente della guerra fra Troiani e Latini. La madre, su istigazione di Giunone, voleva che la fanciulla sposasse Turno, re dei Rutuli, ma un oracolo l'aveva destinata ad uno straniero. Prima di morire Anchise predisse ad Enea che, in vecchiaia, avrebbe avuto da Lavinia un figlio, Enea Silvio, futuro re di Alba Longa.
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Nipote di Seneca, nacque nel 39 d.C. Lo zio lo introdusse alla corte di Nerone e, grazie all'intervento diretto dell'imperatore, Lucano divenne questore quando era ancora molto giovane. Nel 60 d.C., dopo aver recitato le Laudes del principe, venne incoronato poeta. Dedicò a Nerone i primi 3 libri della Pharsalia. Il rovescio politico di Seneca ed il progressivo avvicinamento di Lucano a posizioni filoreppublicane lo spinsero ad aderire alla congiura di Pisone. Quando il complotto fu scoperto, Lucano fu costretto al suicidio.
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Lucifero (portatore di luce) è il nome latino del pianeta Venere, la prima stella a comparire la sera e l'ultima a spegnersi al mattino. Nel mondo greco-romano, infatti, Lucifero era il figlio dell'aurora. Per la sua ribellione a Dio, Lucifero venne gettato giù dai cieli e si conficcò al centro della terra. La caduta di Lucifero aveva provocato la voragine profonda dell'Inferno e, di conseguenza, l'innalzarsi del monte del Purgatorio, poiché le terre, per non venire a contatto con il corpo dell'angelo ribelle, si erano ritirate ed erano emerse nell'emisfero opposto. Dante rifugge dalle più comuni rappresentazioni pittoriche, che forzavano l'aspetto orribile o grottesco dell'immagine di Lucifero: la figura dantesca rimane immobile e silenziosa nella sua regalità negativa.
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