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Dante e il suo tempo - Catalogo

Approfondimenti
 
 
Tra gli iracondi immersi nella palude Dante incontra Filippo Cavicciuli della famiglia Adimari detto "Argenti" per l'abitudine di ferrare il cavallo con ferri d'argento. Famoso per la sua forza fisica appartenne ad una famiglia guelfa di parte nera e dunque avversa a Dante. Agli Adimari che erano vicini di casa di Dante, andarono i beni confiscati al poeta.
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Forse la coppia di adulteri più famosa della storia, Francesca Da Polenta, zia dell'ultimo ospite di Dante, andò sposa a Gianciotto Malatesta signore di Rimini. Alla corte riminese incontrò il cognato Paolo col quale iniziò una relazione amorosa. Sorpresi dal marito di lei, furono entrambi trucidati.
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Papa dal 496 al 498, Anastasio II regnò nel periodo più critico dello scisma fra Chiesa d'Oriente e Chiesa d'Occidente, per il rifiorire dell'eresia monofisita, che riconosceva in Cristo la sola natura umana, sostenuta da Acacio, patriarca di Costantinopoli. Anastasio cercò una conciliazione accogliendo benevolmente il diacono Fotino, inviato dal metropolita di Tessalonica. Secondo le illazioni di un anonimo cronista, il papa agì senza consultare il clero guadagnandosi il sospetto di collusione con gli eretici, tesi evidentemente sostenuta anche da Dante che lo pone tra gli eretici.
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Era una faccenda da donne. La partoriente veniva assistita dalle parenti più intime coadiuvate da una levatrice, vista con una certa avversione dalla medicina ufficiale. Oltre a consigli pratici, le levatrici ricorrevano a talismani e pozioni, ma i rischi di mortalità post parto erano altissimi. Dopo un periodo di reclusione domestica per liberarsi dalle impurità del concepimento (la nascita di una femmina, più impura di un maschio, comportava un tempo di isolamento più lungo) la donna si recava in chiesa e riceveva la benedizione del prete.
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Molte patologie venivano considerate come sintomi di un'unica malattia. Mal di testa, vertigini, pazzia erano associate al Mal caduco, l'epilessia che si pensava fosse causata dall'infrazione di tabù, come, per esempio, nascere il 25 dicembre, essere concepiti in seguito ad un rapporto contro natura o indugiare nudi davanti ad una lampada. La cura consisteva nel collocare il malato sul piatto di una grossa bilancia tenuta in equilibrio da una quantità di grano di ugual peso sull'altro piatto. Si intendeva così riequilibrare l'armonia infranta dalla malattia. Ma c'era chi consigliava altri rimedi come urinare sui piedi dell'epilettico o affidarsi ad un esorcista. Per la cura delle infezioni agli occhi, un delle affezioni più diffuse nel Medioevo, si raccomandata l'urina di fanciullo vergine. Ristabilire l'armonia era l'obiettivo primario di ogni cura perché, secondo la teoria dei quattro umori, la malattia era il sintomo della rottura del loro equilibrio.
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Il libro di testo, suddiviso in fascicoli di ugual lunghezza, le peciae, era affidato ad una batteria di copisti, coordinati da un editore libraio. Ogni copista riproduceva il singolo fascicolo. Prima dell'invenzione della stampa a caratteri mobili fu il metodo più efficiente per realizzare libri a basso costo. I singoli fascicoli venivano poi affittati dai librai editori agli studenti.
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Il pellegrino, facendo testamento prima di partire, si dichiarava come morto al mondo, e dato che un morto non pagava tasse nel periodo del pellegrinaggio era sospeso il pagamento di tasse oltre che le condanne penali. Chi andava in pellegrinaggio lo faceva per vari motivi, spesso per ottemperare a sentenze dei tribunali ecclesiastici; molti nell'impossibilità di partire pagavano altre persone che compivano il pellegrinaggio al posto al loro. Le mete principali dei pellegrini medievali erano tre: Gerusalemme, Roma, Santiago di Compostela dove era conservato il corpo di S. Giacomo.
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L'identificazione di questo personaggio non è completamente sicura. Gli antichi commentatori ritenevano trattarsi di Pia della famiglia dei Tolomei di Siena. Andata sposa a Nello dei Pannocchieschi, che ricoprì la carica di podestà di Volterra e di Lucca verso la fine del ‘200, Pia morì precipitando dal balcone del Castello della Pietra, in Maremma. Secondo alcuni l'uccisione di Pia puniva un adulterio, reale o soltanto presunto dalla gelosia, secondo altri copriva più semplicemente l'aspirazione del marito a nuove e più vantaggiose nozze con Margherita degli Aldobrandeschi.
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Nulla si sa di questo personaggio. Gli antichi commentatori dicono che seminasse discordia tra i nobili di Bologna, o tra Bologna e Firenze, ma probabilmente lavorano di fantasia sul testo di Dante. Piero forse ricoprì cariche pubbliche nel borgo di Medicina, nel bolognese. L'identificazione più probabile sembra essere con un Pietro di Aino da Medicina, di cui si hanno notizie fino al 1277. Si dice che questo personaggio si sarebbe arricchito proprio con l'arte di seminar discordie.
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Pierre de la Brosse è l'unico del gruppo dei morti di morte violenta che non appartenga all'esperienza di Dante od alle vicende italiane, ma sia desunto dalle cronache del tempo. Di umile origine, Pierre divenne un noto chirurgo, tanto da conquistarsi la fiducia del re di Francia Filippo III l'Ardito, che lo nominò suo ciambellano. Quando nel 1276 il delfino Luigi morì, Pierre accusò la seconda moglie del re, Maria di Brabante, di aver avvelenato il figliastro. La regina a sua volta, accusò il medico di tradimento screditandolo agli occhi del re, che lo fece impiccare.
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Nato a Capua verso il 1190, insigne poeta, diplomatico, ministro di Corte di Federico II, diventò Logoteta del Regno di Sicilia, in pratica una sorta di viceré. Nel 1247 fu arrestato dalle milizie imperiali presso Fidenza ed accusato di un gravissimo delitto. Seviziato orribilmente riuscì a darsi la morte lanciandosi da cavallo durante il trasferimento in un carcere toscano. Secondo alcuni cronisti pare che il ministro si invaghisse della preferita dell'imperatore, secondo altri fu l'imperatore a sedurre la moglie di Pier delle Vigne che per lavare l'onta congiurò contro Federico. Secondo Dante Pier delle Vigne sarebbe stato vittima dell'invidia dei contemporanei. Studi più recenti sostengono che Pier delle Vigne fu accusato di corruzione.
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Pier Pettinaio (il soprannome forse deriva dalla sua professione di commerciante di pettini per telai), contemporaneo di Dante, apparteneva all'ordine terziario francescano ed era molto stimato da Ubertino da Casale, il capo dei francescani spirituali. A Siena, sua città natale, dove morì anziano ed in odore di santità, era così venerato che il Comune fece costruire, con il denaro pubblico, un altare sulla sua tomba.
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Pietro III, detto il Grande, era nato nel 1239 da Giacomo I ed a lui successe sul trono d'Aragona nel 1276. Sposò la figlia di Manfredi, Costanza; dopo la rivolta dei Vespri siciliani (1282), da lui stesso sostenuta, in funzione antiangioina, Pietro III prese la corona di Sicilia. In seguito a questi fatti Pietro fu scomunicato, ma nel 1284 sconfisse nuovamente le forze congiunte di Carlo I d'Angiò e di Filippo III di Francia. Morì nel 1285, lo stesso anno del suo avversario Carlo I d'Angiò.
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Pietro Bembo nacque a Venezia nel 1470. Fu un importante umanista e teorico della "questione della lingua". Nel 1502 curò per conto dell'editore veneziano Aldo Manuzio la Commedia . Dopo un soggiorno ferrarese durante il quale divenne amante di Lucrezia Borgia si trasferì ad Urbino dove prese i voti diventando in seguito cardinale. Compose numerose opere. Morì a Roma nel 1547.
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Pietro Bembo nacque a Venezia nel 1470. Fu un importante umanista e teorico della "questione della lingua". Nel 1502 curò per conto dell'editore veneziano Aldo Manuzio la Commedia . Dopo un soggiorno ferrarese durante il quale divenne amante di Lucrezia Borgia si trasferì ad Urbino dove prese i voti diventando in seguito cardinale. Compose numerose opere. Morì a Roma nel 1547.
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Figlio di Belo, re di Tiro, e fratello di Didone, regina e fondatrice di Cartagine. Si narra che, alla morte del re, salirono insieme al trono i suoi due figli, ma il disaccordo, subito evidente, fra i due fratelli, consegnò di fatto il potere al marito di Didone, Sicheo, ricco cittadino di Tiro. Pigmalione, tuttavia, per impadronirsi delle ricchezze e del potere, fece assassinare il cognato e la frattura fra i due fratelli divenne definitiva. Con l'appoggio di parte dell'aristocrazia di Tiro, Didone si risolse ad abbandonare per sempre la patria; riuscì ad impossessarsi delle navi di Pigmalione ed a portare con sé l'oro nascosto dal marito, che, come narra Virgilio, le era apparso in sogno per avvertirla dell'inganno del fratello.
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Il re Priamo aveva affidato il figlio minore, Polidoro, al genero, il re tracio Polinestore, per sottrarre il fanciullo all'eccidio che sarebbe seguito alla presa della città. Tuttavia, appena gli giunse notizia della distruzione di Troia, avido delle ricchezze di Polidoro e sicuro che nessuno lo avrebbe più vendicato, uccise il fanciullo e gettò il suo corpo in mare. Le correnti, però, spinsero le spoglie di Polidoro sulle rive della Troade, dove Ecuba le raccolse. Riconoscendo suo figlio, la donna presa da rabbia cieca, impazzì e strappò con le unghie gli occhi del genero assassino.
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Il re Priamo aveva affidato il figlio minore, Polidoro, al genero, il re tracio Polinestore, per sottrarre il fanciullo all'eccidio che sarebbe seguito alla presa della città. Tuttavia, appena gli giunse notizia della distruzione di Troia, avido delle ricchezze di Polidoro e sicuro che nessuno lo avrebbe più vendicato, uccise il fanciullo e gettò il suo corpo in mare. Le correnti, però, spinsero le spoglie di Polidoro sulle rive della Troade, dove Ecuba le raccolse. Riconoscendo suo figlio, la donna presa da rabbia cieca, impazzì e strappò con le unghie gli occhi del genero assassino.
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La rasatura circolare dei capelli, tonsura, era l' inizio di un lungo percorso che portava il giovanissimo chierico, tramite varie tappe, alla carica di presbitero, da cui deriva il termine prete. La tonsura introduceva agli ordini minori con la qualifica di ostiario, responsabile dell' accoglienza dei fedeli; l'ulteriore tappa portava ad essere lettore, addetto alle letture dei libri sacri, ed infine esorcista colui che prestava aiuto ai malati. Col passaggio agli ordini maggiori si diventava suddiacono, autorizzato al servizio all'altare, poi diacono, con facoltà di predica, di somministrazione del battesimo e comunione, ed infine sacerdote o presbitero. L'aspirante doveva dimostrare di non essere figlio illegittimo, di essere celibe, e di avere l'età, ma la mancanza dei requisiti era facilmente sanata da dispense concesse dal vescovo. Nonostante la carica rendesse indispensabile saper leggere, cronache diffuse riportano episodi di parroci incapaci di leggere il messale. L'accertamento di idoneità avveniva con un esame al conferimento degli ordini maggiori. La scelta del sacerdozio non era dettata solo da ragioni spirituali, associati al sacerdozio vi erano infatti molti privilegi sociali, soprattutto per il clero cittadino. Molti preti diventavano notai o giudici. La condizione dei preti di campagna era invece più precaria, ed in molti casi i preti integravano le magre entrate esercitando l'attività di maestri, artigiani, manovali o guaritori.
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Prisciano di Cesarea fu un celebre grammatico latino vissuto fra V e VI sec d.C. Insegnò a Costantinopoli e scrisse 18 libri di "Institutio de arte grammatica", che ebbero grande diffusione e vasto prestigio nelle scuole durante tutto il Medioevo. Non esiste alcuna testimonianza del suo peccato di sodomia. La tesi oggi prevalente è, tuttavia, che Prisciano sia esemplificazione di un vizio evidentemente molto diffuso ai tempi di Dante nel mondo dei letterati e della scuola, se per gli antichi commentatori "paedagogus" era quasi sinonimo di "sodomita".
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L'accusatore doveva fornire le prove, quasi sempre sottoforma di testimoni che venivano interrogati da entrambi le parti. L'interrogatorio incrociato, un'invenzione del Medioevo, passerà alla cultura giuridica anglosassone. Nel codice processuale italiano verrà sostituito dal tribunale inquisitorio. In presenza di un reato l'autorità pubblica è obbligata ad aprire un'inchiesta. Tale procedura afferma la superiorità dello Stato, e, in nome di tale autorità superiore, il tribunale deve garantire il raggiungimento della Verità assoluta anche con l'uso della tortura.
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Figlia del re di Atene Pandione, Progne era stata data in sposa al re di Tracia Tereo, da cui aveva avuto il figlio Iti. Un giorno, vinta dalla nostalgia, Progne chiese al marito di andare a prendere la sorella Filomela, ma, sulla via del ritorno, Tereo abusò della fanciulla e, per impedirle di rivelare l'accaduto, le tagliò la lingua e la nascose. Tornato a casa, Tereo disse a Progne che la fanciulla era morta durante il viaggio, ma Filomela trovò il modo di far giungere alla sorella un ricamo che raccontava il torto subito. Progne, allora, accecata dall'ira, corse a liberare Filomela e le due sorelle, insieme, uccisero il piccolo Iti e ne cucinarono le carni per Tereo. Quando quest'ultimo comprese l'inganno, fuggì inorridito, ma gli dei mutarono lui in sparviero (od in upupa) e le due sorelle in rondine ed in usignolo.
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Nato a Siena nel 1220 circa, nipote di Sapia, Provenzano fu capo della parte ghibellina, che costituiva la fazione preponderante nella sua città e, per la sua autorità politica, ebbe un ruolo di rilievo nelle vicende che portarono alla vittoria senese di Montaperti nel 1260 quando le truppe fiorentine furono travolte dai ghibellini di Siena e dai fuoriusciti fiorentini guidati da Farinata degli Uberti. Fu tra coloro che propugnarono la distruzione di Firenze, cui solo Farinata, fra i cavalieri ghibellini, osò opporsi con forza. Nel 1262 Provenzano fu podestà a Montepulciano ed in seguito, proclamato cavaliere, assunse il titolo di "dominus" della sua città, acquistando sempre maggior fama e prestigio. Morì l'8 giugno del 1269 nella battaglia di Colle Val d'Elsa, in cui i ghibellini senesi vennero sconfitti dai guelfi fiorentini.
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Indispensabile per la pulizia era l'acqua che, salvo nelle case dei più ricchi fornite di pozzo privato, doveva essere attinta da pozzi pubblici o fontane spesso lontane da casa. Per questo un secchio di acqua doveva durare a lungo e servire per numerosi lavaggi. Alcune fontane erano formate da tre vasche comunicanti, alla superiore si attingeva l'acqua per usi domestici, il flusso che alimentava la seconda vasca serviva per gli animali e la terza era usata come lavatoio.
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La sveglia meccanica fu introdotta per salvaguardare il sonno dei monaci. Senza la garanzia di un segnale svincolato dall'uomo, nessuno si sarebbe più addormentato per paura non solo di non assolvere al proprio dovere, ma anche di mettere a repentaglio la vita spirituale altrui. È paradossale notare come uno strumento inventato per garantire il tempo di Dio, contribuì al trionfo tempo dell'uomo.
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Le anime di coloro che non hanno mai osato prendere posizione sono respinte perfino dall'Inferno. La condanna consiste nel correr per sempre dietro ad un'insegna punti da vespe.
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Nel ciclo di affreschi della Basilica di San Francesco ad Assisi i personaggi sono circondati da elementi naturalistici, piante, animali, accurati paesaggi. La vita del Santo è resa più umana e reale grazie alle ambientazioni spaziali in cui sono inserite le storie; se Cimabue, nelle sue rappresentazioni di città poste nelle vele della volta aveva abbozzato un embrionale studio della tridimensionalità, con Giotto ci troviamo di fronte ad un primo vero ragionamento sul senso della profondità compiutamente realizzato nella prospettiva rinascimentale. L'aderenza alla realtà è data anche dall'abilità nell'uso dei colori, delle sfumature e delle lumeggiature.
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I crocifissi lignei dipinti testimoniano interessanti cambiamenti figurativi nel corso del Duecento; mentre nei primi il Cristo appare ieratico e quasi impassibile in volto, denotando ancora un forte influsso artistico bizantino, con il passare del tempo la sua figura andò umanizzandosi sempre più, il corpo, dalle giunture sempre meno schematiche e sempre più anatomicamente definite, si curvò in una sofferente linea sinuosa, il capo si piegò e gli occhi si chiusero, il viso andò acquisendo un'espressione di sofferta pietas enfatizzata dai sempre più accurati artifici chiaroscurali.
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L'unico dannato nel terzo girone che parli con Dante porta appesa al collo una borsa con una scrofa azzurra in campo bianco. Questo era lo stemma della famiglia Scrovegni di Padova ed il dannato è probabilmente da identificarsi con Reginaldo Scrovegni, notissimo usuraio, il cui figlio, Enrico, espiò il peccato del padre facendo costruire la celebre cappella affrescata da Giotto tra il 1304 e il 1306.
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Rinieri, membro della nobile famiglia guelfa dei Paolucci, signori di Calboli, nacque a Forlì nella prima metà del '200 e ricoprì l'incarico di podestà a Faenza, a Parma e a Ravenna. Durante la seconda metà del secolo la Romagna fu lacerata da profondi conflitti fra la parte guelfa e quella ghibellina, conflitti che coinvolsero in sanguinose battaglie le principali città della regione. Sostenuto da Firenze e Bologna, Rinieri tentò di conquistare il controllo del comune di Forlì, a capo del quale si trovava il conte Guido da Montefeltro, il più tenace oppositore della politica del papato in Romagna, ma fu sconfitto e costretto alla fuga. Quando la Romagna fu definitivamente integrata nello stato pontificio, Rinieri riuscì a riguadagnare prestigio presso i guelfi, ma, avendo scacciato il rettore papale dal comune di Forlì, fu nuovamente bandito dalla sua città, nella quale non riuscì più a tornare stabilmente. Sotto il comando di Scarpetta Ordelaffi, inoltre, i Forlivesi diedero l'assedio al castello di Calboli nel 1296; in quello stesso anno Rinieri morì.
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Roboamo, vissuto nella seconda metà dell'VIII sec. a.C., figlio di Salomone, gli succedette sul trono di Israele, senza dimostrare, tuttavia, la stessa saggezza. Incapace di ricomporre i dissidi delle varie tribù del regno fu costretto ad accettare la divisione del suo territorio in due regni (925 a.C.). Geroboamo fu posto a capo del regno di Israele dalle dieci tribù settentrionali, e qui istituì i santuari di Dan e Betel in contrapposizione al tempio di Gerusalemme, mentre a Roboamo rimase il controllo del regno di Giuda.
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Nato nel 1218 e morto nel 1291, Rodolfo venne eletto re di Germania e imperatore del Sacro Romano Impero a Francoforte, senza però la conferma dell'incoronazione a Roma. La sua discesa in Italia avrebbe potuto essere determinante per gli equilibri politici della penisola, ma Rodolfo non compì mai quel viaggio perché occupato ad ampliare i domini e rafforzare la potenza della casa asburgica. Il figlio Alberto I d'Austria, eletto imperatore nel 1298, seguì la politica paterna disinteressandosi dell'Italia e lasciando che Bonifacio VIII assumesse di fatto i poteri di vicario imperiale. Questa colpevole indifferenza suscitò lo sdegno di Dante che considerò il titolo imperiale vacante dalla morte di Federico II.
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Si legge negli Atti degli Apostoli che Safira ed il marito Anania, convertitisi al cristianesimo, vendettero, come era uso comune, i loro possedimenti ma, invece di versare l'intera somma ricavata dalla vendita nella cassa comune, ne trattennero una parte. Ben presto ricevettero la punizione per il loro gesto di avidità.
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Oggi la consanguineità indica il legame di parentela in virtù dell'unione di entrambi i genitori. Non fu sempre così. I bizantini davano al consanguineo esclusivamente il significato di “compartecipe del sangue paterno” conferendo una connotazione di parentela fortemente patrilineare. Per cui mentre i fratelli consanguinei, figli dello stesso padre, ma di madri diverse, erano considerati parimenti importanti poichè nelle loro vene scorreva l'unico sangue buono, quello paterno, ciò era negato ai fratelli uterini, nati dalla stessa madre, ma da padre diverso che non avevano un comune sangue paterno.
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Nel caso di Santa Lucia accecata dai pagani, la parte del corpo colpita dal martirio decise la vocazione terapeutica delal Santa. Sant'Antonio veniva indicato come dermatologo per la cura del fuoco omonimo, probabilmente causato dal pane di segale infettato da un parassita o dallo scorbuto causato da malnutrizione. Per evitare la morte improvvisa, (l'eventualità di morire senza confessione era una prospettiva che terrorizzava chiunque nel Medioevo) bastava guardare l'immagine di San Cristoforo. Questo spiega la diffusione di immagini di grandi dimensioni del Santo su muri, mura, sottoportici, dimore private.
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Sapia apparteneva alla famiglia senese dei Salvani. Andò sposa a Ghinibaldo di Saracino, signore di Castiglioncello. Poco si conosce della sua vita; nel suo testamento, datato 1274, accorda protezione all'ospizio di S. Maria a favore dei pellegrini in viaggio verso Roma. Nessun documento testimonia l'odio verso i suoi concittadini ed il nipote Provenzano.
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Saul fu consacrato primo re di Israele intorno al 1020 a.C. Da allora la sua indole cambiò: Divenne cupo, diffidente e soprattutto geloso del favore accordato a Davide, figlio di Iesse, che aveva sposato sua figlia Micol ed era stato indicato da Samuele come suo successore. Durante la battaglia di Gilboa, gravemente ferito dagli avversari che già lo accerchiavano, si diede la morte gettandosi sulla propria spada.
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Mentre nelle scuole religiose si studiavano i testi sacri e l'aritmetica veniva richiesta solo per osservazioni relative al calendario, nelle scuole laiche la conoscenza era finalizzata a scopi pratici, essenziali per svolgere al meglio le attività mercantili.
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Sennacherib, figlio del re assiro Sargon II, successe al padre sul trono nel 704 a.C. e regnò fino al 681 a.C., anno della sua morte. Sennacherib riuscì a domare una ribellione in Fenicia e sconfisse l'esercito egiziano, ma assediò Gerusalemme invano.
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I Greci, per trovare una soluzione al lungo ed infruttuoso assedio di Troia, su consiglio di Ulisse, finsero di partire e lasciarono sulla spiaggia un enorme cavallo di legno ed il soldato Sinone. Questi trasse in inganno i troiani raccontando di essere sfuggito al sacrificio a cui era stato destinato dai compagni, su particolare consiglio di Ulisse, suo nemico personale, per favorire così il viaggio di ritorno. Per vendicarsi svelò ai Troiani che il cavallo di legno abbandonato sulla spiaggia: avrebbe reso inespugnabile la città. I Troiani caddero nell'inganno di Sinone e trasportarono il cavallo sulla rocca di Troia, ma, durante la notte Sinone aprì lo sportello del cavallo e ne fece uscire i migliori soldati greci, che presero facilmente la città.
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Chi si recava alle terme poteva scegliere tra alberghi o camere in affitto. In genere nei primi soggiornavano i più ricchi. Nelle stanze oltre ai letti erano sistemati anche i tavoli, segno che l'ospite non consumava il pranzo nel refettorio comune al pianterreno frequentato soprattutto da gente di passaggio. Le stanze in affitto erano prive di federe e coperte quindi i clienti portavano biancheria e provviste da casa, esenti da gabelle dovute all'uscita di città. Gli albergatori e gli affittuari avevano l'obbligo di mantenere l'ordine pubblico, negare ospitalità ai delinquenti ed obbligare i bagnanti a non portare armi.
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Sordello era il più celebre dei trovatori italiani al tempo di Dante. Era nato all'inizio del sec. XIII a Goito, in territorio mantovano, ed è per questo che riconosce Virgilio come suo concittadino. Sordello, appartenente ad una famiglia nobile, ma stretta dalla miseria, fu presto posto al servizio del conte Riccardo di S. Bonifacio, signore di Verona, della cui sposa cantò nel modo tipico dell'amor cortese. Si stabilì, poi, in Provenza tornando in Italia al seguito di Carlo I d'Angiò, nel 1269 dove, poco dopo, morì.
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Nel tardo Medioevo ci fu un boom nel consumo spezie associate a tutti i tipi di pietanze. Nella cucina araba le spezie avevano il ruolo di ingentilire i sapori, in Europa invece le spezie evocavano il Paradiso Terrestre. Secondo l'immaginario dell'epoca il Giardino Divino era il luogo delle piante aromatiche e siccome il Paradiso Terrestre era associato alla vita eterna anche le droghe che in esso crescevano dovevano per forza conservare l'immortalità. Mangiar spezie significava partecipare della gloria del luogo di origine. Pepe e zenzero, chiamate droghe grosse perché erano scambiate in grandi quantità, erano le più economiche, la noce moscata ed i chiodi di garofano, costosissimi, erano invece le droghe minute appannaggio dei ricchi.
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Publio Papinio Stazio nacque a Napoli (non a Tolosa, come sostiene Dante, che, come tutti i suoi contemporanei, confonde il poeta Stazio con il retore Lucio Stazio Ursolo, vissuto al tempo di Nerone) intorno al 45 d.C. Cominciò ad affermarsi sotto l'impero di Tito; Stazio è autore della "Tebaide", poema epico dedicato al nuovo imperatore Domiziano, che aveva preso il posto del fratello Tito nel 93 d.C. Stazio pose mano, infine, all'"Achilleide", poema epico sulle imprese eroiche di Achille, rimasto però incompiuto per la sua prematura morte avvenuta a Napoli nel 96 d.C.
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