| Ma il fervidissimo triennio vede soprattutto il lavoro del Manzoni intorno al romanzo, il nuovo genere che gli offre la possibilità di calare gli spiriti democratici del Romanticismo nella rappresentazione non di una realtà settoriale, come quella della tragedia, ma anche della società tutta quanta, e della storia non meno che della natura. Il che significava anche, per la prima volta nel campo della prosa, la necessità di porsi, non in astratto ma nel concreto della narrazione, la soluzione del problema della lingua, sempre legato come è ovvio, in tutte le sue insorgenze storiche, al problema della società italiana. Il primo foglio del romanzo porta la data del 24 aprile 1821, ma è dal settembre del ’22 che riprende in mano le fila della sua “cantafavola”, come gli piaceva chiamarla, e che convenzionalmente (dal nome dei due protagonisti) porta il titolo di Fermo e Lucia. La portò innanzi con tanto fervore che il 17 settembre 1823 era interamente scritta. A lavoro ultimato, il Manzoni scriveva la seconda Introduzione che è il documento drammatico dell’insoddisfazione che provava per non aver saputo dare alla sua idea di romanzo (cioè di un genere letterario “popolare”, con una vicenda che aveva per protagonisti due personaggi del popolo) una soluzione stilistica adeguata: non individuale, soggettiva, come quella che necessariamente veniva a risultare la lingua in cui era stato scritto il Fermo e Lucia (lingua mista di italiano, di lombardo e di tant’altri ingredienti, dai calchi del francese a quelli del latino, per non dire dei neologismi propri dell’autore), ma lingua comune all’intera società destinataria dell’opera, oggettiva come ogni lingua di comunicazione (sul modello della lingua francese o milanese). Ma la constatazione drammatica del proprio fallimento, nella misura in cui portava a consapevolezza la situazione linguistica della società italiana, divisa in tanti stati e in tantissime lingue, poneva anche la premessa per la soluzione stilistica che il Manzoni avrebbe adottato nella riscrittura del romanzo. Se è vero, infatti, che come non esisteva una società italiana (ma una società milanese, una società veneziana, una società romana ecc.) così non esisteva una lingua italiana, era necessario che, tra le tante lingue, se ne eleggesse una destinata a diventare la lingua di quella società che i moti del Risorgimento si proponevano come traguardo di aspirazioni non più soltanto ideali. E, tra le tante, il Manzoni non esitava a scegliere la lingua toscana, già lingua della grande cultura non meno europea che italiana, fino al Cinquecento, poi decaduta anch’essa al ruolo di lingua regionale. Il Manzoni non si rimise immediatamente a correggere e a rifare la prima stesura del romanzo. È di questo periodo la lettura e la fitta annotazione del Vocabolario della Crusca, nell’edizione veronese del Padre Cesari, e la esplorazione degli scrittori della nostra tradizione, soprattutto toscani, intese, l’una e l’altra, a reperire il patrimonio più vasto possibile di espressioni e di parole suscettibili di essere usate come modi e voci di una lingua quotidiana, viva e insieme “normale”. In questi ultimi mesi del ’23 era finalmente venuto in Italia Claude Fauriel, ospite dei Manzoni che da tanti anni ne sollecitavano la visita, sia nella casa di via Morone sia a Brusuglio. Il Manzoni approfittò della presenza dell’amico per fargli leggere il manoscritto del Fermo e Lucia, e il Fauriel ne discusse con lui i problemi e ne postillò alcuni capitoli. Lo stesso fece, anche più estesamente, Ermes Visconti, e il Manzoni mostrò di tenere in gran conto le osservazioni di questi suoi due primi lettori. Quando poi si accinse a correggere e via via a rifare il Fermo e Lucia, dapprima pensò di servirsi dei fogli della prima stesura in cui il testo era incolonnato nella metà destra della pagina e la metà sinistra era stata lasciata in bianco; ma ben presto (soprattutto in coincidenza con i radicali mutamenti strutturali introdotti all’altezza del capitolo VIII) si dovette rendere conto dell’impossibilità di seguitare per quella strada e impiantò ex novo una seconda minuta. Il romanzo non più in quattro parti ora aveva assunto il titolo di Gli Sposi Promessi, ma già nell’ultimo dei tre tomi in cui era diviso, il titolo è quello definitivo di I Promessi Sposi. | |  Emilio De Amenti, La lettura in famiglia di un punto commovente dei Promessi Sposi, 1876, Olio su tela. Pavia, Civica Biblioteca Malaspina
 Eliseo Sala, Lucia Mondella, 1843, Olio su tela. Milano. Collezione privata
 Francesco Gonin, Il principe comunica al principino e alla madre la decisione di Gertrude a prendere il velo, 1837, Olio su tela. Milano, Accademia di Brera.
 Francesco Hayez, Ritratto dell’Innominato, 1845 ca., Olio su tela. Milano. Collezione privata
 Macchina a pedale per tagliare la sbavatura dei bozzoli. Roma, Museo delle Arti e Tradizioni Popolari.
 Abito giornaliero maschile. Lombardia (1800). Roma, Museo delle Arti e Tradizioni Popolari.
 Abito giornaliero femminile. Lombardia (1800). Roma, Museo delle Arti e Tradizioni Popolari.
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