| | E Pavese amava la musica? No, si puo’ dire proprio che non era interessato, la musica colta, la musica d’arte, non lo interessava, non la seguiva. Tuttavia non era chiuso del tutto e c’era un reparto umile, modesto della musica di cui Pavese era appassionato. Questo reparto era la canzone, proprio la canzonetta da strada.
Massimo Mila – Conferenza del 18 febbraio 1984 – VercelliSilenzio. Il verticale attaccava. “Maruska”. Paolo si voltò e vide nella sala la modista e Môschin che si lanciavano soli. Fu felice. Quella era la canzone di Môschin, il suo inno di vittoria. Altre coppie si lanciarono. Un gran coro si formò Dal dì che i miei occhi ti videro, io quella promessa desidero. O dolce Maruska Tatì-ta-ta-ta...
Arcadia, 21 settembre – 7 ottobre 1929
A SOLO, DI SAXOFONO
Fragorosa sul viale ecco a un tratto l’orchestra si spegne. Sull’orchestra in sordina, canta spiegato un saxofono rauco.
Fin la folla si arresta. Le case indifferenti gravano il cielo intorno.
Vibra la voce barbara.
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Ecco che la mia vita s’è frantumata a terra come un vetro. La stanchezza che prima la reggeva è scomparsa nel vortice del suono. Resta l’anima inutile. E le note si afferrano più acute nell’aria, contorcendosi.
E’ la mia voce stessa che echeggia questa notte. Nell’anima smarrita canta alto, altissimo la solitudine una canzone ubriaca della vita. La stanchezza fuggita, non vivo per un attimo che all’urlo modulato, esultante. Tutta l’anima mia rabbrividisce e trema e s’abbandona al saxofono rauco. E’ una donna in balìa di un amante, una foglia dentro il vento, un miracolo, una musica anch’essa.
Rapido, troppo rapido l’istante.
26 maggio – 5 giugno 1929
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Avevo cercato di avvicinare Pavese al jazz che naturalmente lo interessava in teoria, lui americanista, figurarsi se non gli interessava il jazz e in particolare Armstrong. Lo appassionava anche, ma soprattutto come fatto linguistico, per il linguaggio, per lo slang della canzone di “art négre” di Armstrong. Il vero valore musicale del Cold jazz Pavese non lo apprezzava.
Massimo Mila, Conferenza del 18 febbraio 1994 - Vercelli

Mario Sturani – Bozzetto 1930 – Tempera su carta
Capitò che un giorno, volendo fare una poesia su un eremita, da me immaginato, dove si rappresentassero i motivi e i modi della conversione, non riuscivo a cavarmela e, a forza d’interminabili cincischiature ritorni pentimenti ghigni e ansietà, misi invece insieme un Paesaggio di alta e bassa collina, contrapposte e movimentate, e, centro animatore della scena, un eremita alto e basso, superiormente burlone e, a dispetto dei convincimenti anti-immaginifici, “colore delle felci bruciate”. Le parole stesse che ho usato lasciano intendere che a fondamento di questa mia fantasia sta una commozione pittorica; e infatti poco prima di dar mano al Paesaggio avevo veduto e invidiato certi nuovi quadretti dell’amico pittore, stupefacenti per evidenza di colore e sapienza di costruzione. Ma, qualunque lo stimolo, la novità di quel tentativo è ora per me ben chiara: avevo scoperto l’immagine.
Il mestiere di poeta, novembre 1934
Ma quanto ci aveva arricchiti la lezione dell’impressionismo, la rivelazione dei pregi del non-finito contro la perfezione accademica del troppo finito! E infine non si dimentichi la presenza nel nostro gruppo di un pittore come Mario Sturani, il cui studio era il quartier generale della “banda”: ogni suo nuovo lavoro veniva sottoposto al più estemporaneo giudizio collettivo nell’esercizio d’una critica quanto mai confidenziale.
Massimo Mila - Presentazione della Mostra Hommage a Cesare Pavese Paris 1985
Avevano già riempito i bicchieri, e chiacchieravano di quadri. Guido diceva della collina che voleva fare, e che aveva in mente di trattarla come una donna distesa con le poppe al sole, e darle il fluido e il sapore che sanno le donne. Rodrigues disse: - Già fatto. Cambia. Già fatto. Allora si attaccarono se era vero che questa pittura era già stata fatta, e mangiavano le castagne e gettavano le bucce nel caminetto. Amelia le gettava per terra. Un bel momento Guido disse: - Ma no che nessuno ha mai fatto le due cose insieme. Io ti prendo una donna e te la stendo come fosse una collina in cielo neutro.
La bella estate, cap. XVI
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Il Compagno (1947), copertina di Renato Guttuso

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