Mario Tobino, oggi |
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| Aveva il Meschi, quel malato che soffiava nell’argentato sassofono, dei movimenti con la testa e il tronco che richiamavano i delfini quando si alzano bambinescamente dalle onde oppure veniva in mente un dolce poeta ebbro. La barba era riccioluta con dei riflessi di rame. Le membra dovevano essere armoniose, agili. Quello però che davvero affascinava il dottore in ascolto, lo psichiatra Anselmo, era la lucidità della musica, un vero discorso, un eloquio proveniente dal senno e che per di più toccava il cuore; una musica che arrivava a spiegare le sfumature, il passaggio di sottili sentimenti, una bandiera di seta al sole, un damasco esposto al tramonto. “Che stia spiegando il suo segreto? La storia della sua anima?” si domandò Anselmo. “Che ora stia aggiungendo, con piangente eloquenza: ‘perché, perché non mi capite?’.” |
Il manicomio che fa da palcoscenico alle figure e ai pensieri del libro, non è soltanto quello della realtà, in cui lo scrittore lavora, come medico alienista, nè è del tutto una creazione della fantasia, una “montagna incantata”. La grande casa in collina, con anditi , ombre medioevali e le “spesse mura”, è un vecchio castello che nei secoli ha mutato più volte destinazione, prima convento di frati, poi manicomio. Trovano così una spiegazione “le antiche scale”, precipitose “come in un disegno del Piranesi”, scale di pietra e scale di follia, da scendere verso gli inferi dell’abiezione più assoluta e verso il paradiso precario dell’abbandono di tutto, per vivere, gli alienati, in una dimensione loro propria. |



