Mario Tobino, oggi - Per la antiche scale

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Mario Tobino, oggi

Per le antiche scale

 

  Il manicomio

 Aveva il Meschi, quel malato che
soffiava nell’argentato
sassofono, dei movimenti con la
testa e il tronco che
richiamavano i delfini quando si
alzano bambinescamente dalle
onde oppure veniva in mente un
dolce poeta ebbro.
La barba era riccioluta con dei
riflessi di rame.
Le membra dovevano essere
armoniose, agili.
Quello però che davvero
affascinava il dottore in ascolto,
lo psichiatra Anselmo, era la
lucidità della musica, un vero
discorso, un eloquio proveniente
dal senno e che per di più
toccava il cuore;
una musica che arrivava a
spiegare le sfumature,
il passaggio di sottili sentimenti,
una bandiera di seta al sole, un
damasco esposto al tramonto.
“Che stia spiegando il suo
segreto? La storia della sua
anima?” si domandò Anselmo.
“Che ora stia aggiungendo, con
piangente eloquenza: ‘perché,
perché non mi capite?’.”

Il manicomio che fa da palcoscenico alle figure e ai pensieri del libro, non è soltanto quello della realtà, in cui lo scrittore lavora, come medico alienista, nè è del tutto una creazione della fantasia, una “montagna incantata”. La grande casa in collina, con anditi , ombre medioevali e le “spesse mura”, è un vecchio castello che nei secoli ha mutato più volte destinazione, prima convento di frati, poi manicomio. Trovano così una spiegazione “le antiche scale”, precipitose “come in un disegno del Piranesi”, scale di pietra e scale di follia, da scendere verso gli inferi dell’abiezione più assoluta e verso il paradiso precario dell’abbandono di tutto, per vivere, gli alienati, in una dimensione loro propria.
Con il romanzo Per le antiche scale Tobino vinse il Premio Campiello 1972.