NOVELLA DI GRISELDA

L'ultima novella del Decameron di Giovanni Boccaccio racconta la storia di una ragazza del popolo, Griselda, che il marchese Gualtieri di Saluzzo prende in moglie e sottopone a prove sempre più crudeli onde saggiarne la docilità: prima le sottrae i figli facendole credere di volerli uccidere, poi la ripudia, infine la richiama a corte per farle fare da cameriera a una nuova moglie (che in realtà è la figlia). Griselda, dopo aver subito tutto senza mai ribellarsi, viene riaccolta nella casa del marito e onorata secondo il suo merito.
Quando, all'inizio del 1373, Petrarca ricevette da Boccaccio una copia del Decameron, apprezzò la novella di Griselda (della quale conosceva già la vicenda, avendola sentita raccontare molti anni prima) al punto da volerla riscrivere liberamente in latino. La traduzione, intitolata De insigni obedientia et fide uxoria e inviata all'amico in contraccambio (Seniles XVII 3), ammorbidisce le asprezze del racconto boccacciano e rende Griselda ancora più esplicitamente un exemplum morale degno di figurare in un testo agiografico. Tuttavia l'operazione petrarchesca ha un senso ambiguo: da una parte è un omaggio alle capacità narrative di Boccaccio; dall'altra, volgendone in latino solo una parte ritenuta degna di essere sottratta alla fruizione del popolo, ne squalifica dalle fondamenta l'opera in volgare.
La versione petrarchesca della novella di Griselda, proprio in quanto composta in latino, ebbe una diffusione enorme a livello europeo, soppiantando l'originale. Una delle precoci testimonianze della sua fortuna è la traduzione inglese compiuta da Geoffrey Chaucer nei Canterbury Tales, che afferma di averla appresa a Padova dallo stesso Petrarca: circostanza improbabile, ma che dimostra la funzione intermediaria svolta dall'autore italiano sul piano internazionale. Inoltre il suo esempio fece scuola anche per la successiva narrativa umanistica, che predilesse la novella isolata a preferenza della raccolta di novelle.

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