Tornato da Roma nelle prime settimane del 1576, dopo un soggiorno che poco aveva concluso per i destini del poema, il Tasso divenne presto scontento della vita di corte a Ferrara. Malgrado la nomina a storiografo di corte (a sostituire lo scomparso Giovan Battista Pigna), sentiva intorno a sé un velo di diffidenza e di sospetto, per l’allontanarsi della stampa del poema a lungo promesso agli Este e per il probabile diffondersi delle voci sulle trattative per un suo passaggio a Firenze, alla corte dei Medici. La tensione, che cresceva, sboccò dapprima nello scontro con un Maddalò, identificato da Solerti con Ercole Fucci (A. Solerti, Vita di Torquato Tasso, 3 voll., Torino-Roma, Loescher, 1895, vol. I, 222, 240): convinto di aver ricevuto un affronto, Tasso lo schiaffeggiò per la strada e il Fucci rispose tentando di bastonare il poeta con l’aiuto del fratello il 7 settembre. L’episodio amareggiò a fondo il Tasso che intravide nel moderato rigore di Alfonso II verso il Fucci l’ennesimo segno di ostilità e freddezza nei suoi confronti. Da lì a poche settimane, l’autodenuncia all’Inquisizione e altri episodi di reazione violenta avrebbero condotto alla prima reclusione del poeta.