Con una lucidità sorprendente, e con la consapevolezza di una necessaria preparazione poetica, appena terminata la composizione del Rinaldo, il Tasso riversò le sue iniziali riflessioni in materia di epica neI discorsi dell’arte poetica («E scrissi i miei Discorsi quasi per ammaestramento di me stesso» in T. Tasso, Prose diverse, a cura di C. Guasti, 2 voll., Firenze, Le Monnier, 1875, vol. I, 435). Strutturati in tre libri, i Discorsi muovevano da una lettura accurata della Poetica e dall’assunto che i precetti del testo aristotelico, centrati sulla tragedia, andassero opportunamente estesi agli altri generi, a partire dall’epica. Era una posizione che rispondeva al tentativo di Pigna e Giraldi che ritenevano il poema cavalleresco, e così il Furioso, un genere nuovo esterno alle categorie aristoteliche. Entro i confini segnati da Aristotele, Tasso invece inseriva, come già nella Prefazione al Rinaldo, ma ora con un maggiore impegno teorico, una serie di istanze tese a garantire il diletto dei lettori: così l’unità della favola principale doveva essere arricchita dalla varietà degli episodi; così la favola doveva avere radice storica, ma non provenire da storia sacra né troppo recente, in modo che fosse lecito al poeta aggiungere parti d’invenzione; recuperava inoltre i modelli classici, soprattutto quello virgiliano, e iniziava a riflettere, nel terzo libro, sullo stile conveniente all’epica. L’istanza complessiva di mediazione e la fiducia nella possibilità di un equilibrio virtuoso animano una pagina famosa dei Discorsi, quella sul «mirabile magisterio di Dio»: vi si legge l’entusiasmo del Tasso giovane che di lì a poco si sarebbe trasferito sul manoscritto del poema.