Il nome dello scrittore tedesco (Frankfurt 1749 Weimar 1832) compare già nel Piano di studi del 1796 tra le indicazioni di letture da farsi dei romanzi contemporanei: “Romanzi Il Telemaco / Amalia / Nouvell’Heloise [....] ai romanzieri [si potrebbero aggiungere] gli antichi scrittori di favole, Richardson, Arnaud, e Goethe”. Al centro del rapporto di Foscolo con Goethe si colloca la questione, ampiamente dibattuta dalla critica fin dall’apparizione dell’Ortis, dei debiti di questo romanzo nei confronti de I dolori del giovane Werther (Lipsia 1774; la prima traduzione italiana, di Gaetano Grassi, è del 1781), innegabili per quanto riguarda la struttura epistolare caratterizzata da un unico autore delle lettere, che diventa l’unico protagonista, sul quale si concentra tutta l’attenzione del lettore. Al dibattito partecipò lo stesso Foscolo che nella Notizia bibliografica pubblicata in appendice all’edizione zurighese dell’Ortis del 1816, sottolineò l’ispirazione autobiografica del suo romanzo e respinse ogni accusa di plagio nei confronti del testo tedesco, riconoscendo però le corrispondenze soprattutto di natura formale tra i due romanzi.
Foscolo inviò a Goethe una copia della prima parte dell’Ortis stampata con l’indicazione Italia 1801, dall’editore Mainardi di Milano, accompagnata da una lettera in cui riconosceva parzialmente, seppure con formula dubitativa, un debito nei confronti del Werther, insistendo, nell’intento di sviare ogni accusa di plagio, sull’ispirazione autobiografica e sull’istanza di verità del romanzo.
Negli anni inglesi, Foscolo polemizzò con Goethe che aveva apprezzato il manzoniano Conte di Carmagnola; nelle recensioni incompiute sulle tragedie di Manzoni (1825-1826), raccolte poi sotto il titolo Della nuova scuola drammatica italiana, Foscolo confutò in modo sistematico il giudizio di Goethe che aveva valutato la tragedia manzoniana all’interno del “sistema” romantico, eccedendo quindi in un processo di teorizzazione e astrazione che gli aveva impedito di considerare l’opera come un “oggetto individuale” (EN XI, Saggi di letteratura italiana, p. 575), nelle sue qualità intrinseche.