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Percorso testuale > Epistolario > Manzoni scrittore di lettere
Manzoni scrittore di lettere
Parlando in alcune sue lettere della scrittura epistolare, Manzoni affermava che “scrivere non è dire”: cioè che la comunicazione affidata a una lettera non può avere la stessa ingenuità e trasparenza della comunicazione orale. In effetti l’imponente epistolario manzoniano è un monumento all’arte della reticenza. Sarebbe un’impresa difficile cogliere nelle sapienti strategie retoriche di occultamento del proprio Io messe in atto nelle sue lettere, delle confessioni o delle manifestazioni della personalità più intima dello scrittore. La reticenza è percepibile persino nelle missive di contenuto letterario: nelle lettere al Fauriel che parlano del proprio romanzo, Manzoni non nomina (tranne Scott) nessuno dei tanti romanzieri che pure costituiscono i modelli letterari dei Promessi Sposi. Nel discorso epistolare manzoniano, dominato dall’autocontrollo e dalla timidezza e perciò così elaborato sul piano formale e così attento a sfruttare gli artifici rituali dell’epistolografia, sembra rivelarsi quel fondo nevrotico che nella vita quotidiana si manifestava con le crisi d’agorafobia, con il crollo nervoso fino allo svenimento e con la balbuzie. Si incontrano di frequente, nelle lettere, l’espediente del diniego e di tutela della privacy; le formule di cortesia e di modestia; la dichiarazione della propria “inferiorità” e incapacità di dare un giudizio su un’opera inviatagli (indizio questo, quasi sempre, di un giudizio negativo). Il curioso “fastidio” per la comunicazione epistolare si proiettava pure sugli aspetti materiali della corrispondenza (la scelta del tipo di foglio e di involucro; la misura delle dimensioni della missiva; la forma dell’impaginazione e della grafia; la qualità del vettore), che gli causavano un’ansia cerimoniosa e il timore di infrangere i regolamenti postali.
 
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