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percorso biografico   Home Page > Percorso biografico > La fine nella Roma degli Aldobrandini > La Gerusalemme Conquistata

La Gerusalemme Conquistata

fotografia «Attenderò a la revisione, a la correzione, ed a l’accrescimento de la mia Gerusalemme; la quale aveva deliberato che fosse di ventiquattro canti: ma da poi ho pensato d’aggiunger a ciascun d’essi, o a la maggior parte, molte stanze, accioché il libro sia risguardevole per la convenevol grandezza, non solo per la bella stampa e per la carta reale» (T. Tasso, Le lettere, a cura di C. Guasti, 5 voll., Firenze, Le Monnier, 1852-55, vol. III, 82).

Così, in una lettera a Lorenzo Malpiglio, datata alla seconda parte del 1586, Tasso manifestava l’intento di rimettere mano al suo poema, apportandovi correzioni mirate. Alcuni degli interventi essenziali sulla favola (l’eliminazione dell’episodio di Sofronia, la riduzione del ruolo di Armida, l’accentuazione delle fonti bibliche nel sogno di Goffredo, ecc.) erano stati annunciati in altra lettera al Malpiglio (T. Tasso, Le lettere, a cura di C. Guasti, 5 voll., Firenze, Le Monnier, 1852-55, vol. II, 556), come anche l’intenzione di ordine più generale di incrementare la base storica del poema e di rivederne l’allegoria in senso compiutamente cristiano («percioché l’allegoria è anzi gentile che no; ed io ne vo ricavando alcuna più accomodata a la nostra religione»). Su queste direttive e a partire da una stampa della Liberata che non aveva mai approvato e che pure assunse come base di partenza, il Tasso avviò il suo cammino verso la Gerusalemme conquistata. I rifacimenti e gli aggiustamenti giunsero fino all’estate del 1592, quando la nuova stesura (in parte riflessa nel ms. Vind. Lat. 72 della Biblioteca Nazionale di Napoli) venne passata in tipografia. La stampa apparve solo nel 1593, a Roma, presso Facciotti, con dedica a Cinzio Aldobrandini. Il poema mostrava un volto nuovo su alcuni particolari della favola ma soprattutto vedeva acuita da un lato l’importanza del modello omerico, dall’altro la ricerca di una stile alto, magniloquente, che andava a sostituire la mobilità di toni e sentimenti che era pregio assoluto dei versi della Liberata.

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