
Il primo giubileo della Chiesa cattolica era stato bandito da papa Bonifacio VIII nel 1300 con cadenza centenaria. Un'ambasciata giunta da
Roma ad
Avignone alla fine del 1342 chiese di abbassare il tempo di attesa a cinquanta anni (in conformità, del resto, con le prescrizioni bibliche): la richiesta venne appoggiata da Petrarca in una lettera a
Clemente VI (
Epystole II 5) e fu accolta da questi con la bolla
Unigenitus Dei filius, del 27 gennaio 1343; il successivo giubileo fu dunque indetto per il 1350, e assunse un significato particolare dopo la spaventosa moria provocata dalla
peste nera.
Avendo chiesto invano a
Guglielmo da Pastrengo di aggregarsi a lui, Petrarca affrontò il pellegrinaggio da solo nell'ottobre 1350: partito probabilmente da
Padova, fece sosta a
Firenze (dove conobbe
Giovanni Boccaccio e altri suoi ammiratori) ed ebbe poi un incidente di cavallo presso Bolsena, che una volta arrivato a Roma lo costrinse a letto per due settimane. Questi particolari ci sono noti da una lettera a Boccaccio (
Familiares XI 1) che è anche l'unica fonte di informazioni sul giubileo di Petrarca. Verosimilmente questo suo ultimo soggiorno romano, privo della compagnia dei
Colonna e così diverso dai precedenti, fu occupato più dalle pratiche devozionali che dalle memorie antiquarie: scrivendo due anni dopo a
Barbato da Sulmona che si rammaricava di non averlo visto, Petrarca rispose infatti che "se ci fosse stato concesso di trovarci avremmo frequentato non i templi di Dio con cristiana devozione ma le strade dell'Urbe con poetica curiosità" (1) (
Familiares XII 7).
(1) "si congredi licuisset, non templa Dei devotione catholica sed Urbis ambitum lustraremus curiositate poetica".