
La
biblioteca petrarchesca comprendeva varie opere agostiniane, fra cui
De civitate Dei, De vera religione ed
Enarrationes in Psalmos (in due copie: una completa, dono di
Giovanni Boccaccio, l'altra parziale). Purtroppo non è stato ancora individuato il manoscritto tascabile delle
Confessiones che Petrarca ricevette da
Dionigi da Borgo Sansepolcro intorno al 1333, che portò con sé dovunque andasse e che proprio l'ultimo anno della sua vita regalò a un altro frate agostiniano, il giovane fiorentino Luigi Marsili (
Seniles XV 7). In ogni caso la vicenda di caduta e redenzione raccontata nell'autobiografia di Agostino la rese un'opera di culto per Petrarca, che vi vedeva rispecchiate le fluttuazioni della propria anima: le
Confessiones hanno un ruolo decisivo nel resoconto dell'ascesa del
Mont Ventoux (
Familiares IV 1), Petrarca ne mandò una copia al fratello
Gherardo (
Familiares XVIII 5) e ne consigliò la lettura a
Donato Albanzani (
Seniles VIII 6). In quest'ultima lettera egli attribuisce al libro l'effetto di avergli fatto amare la letteratura sacra, dapprima disprezzata; e un effetto ancora più decisivo viene rievocato nel
De otio religioso: "mi venne incontro il libro delle
Confessioni di Agostino proprio durante i miei ondeggiamenti [...]. Esso per primo mi innalzò all'amore del vero, esso per primo mi insegnò a sospirare salutarmente, io che prima già da tempo sospirato con mia rovina" (1) .
Tuttavia Agostino fu per Petrarca non solo un autore venerato a cui potersi rivolgere direttamente (come avviene con gli scrittori antichi nel libro XXIV delle
Familiares), ma anche un interlocutore privilegiato dei propri turbamenti interiori, almeno nella finzione letteraria: così il dialogo del
Secretum è in realtà un esame di coscienza, nel quale Francesco e Agostino sono le due facce di una stessa persona.
(1) "Augustini Confessionum liber obvius fuit. [...] Ille me primum ad amorem veri erexit, ille me primum docuit suspirare salubriter, qui tam diu ante letaliter suspirassem".