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Corte

Nello scorcio conclusivo del Cinquecento e della stagione rinascimentale il Tasso rappresenta l’ultimo grande poeta di corte, la figura in cui la dialettica, di lunga durata, tra letterato e le dinamiche di potere a trama verticistica che caratterizzano le corti si fa più acuta, drammaticamente siglata nella reclusione di Sant’Anna. «Tutto in lui converge alla corte: maniere, gusti, abitudini, perfino il linguaggio» (T. Tasso, Tre scritti politici, a cura di L. Firpo, Torino Utet, 1980, 28). Così uno studioso come Luigi Firpo sanciva la pertinenza tassiana all’orizzonte cortigiano, conosciuto sin dagli anni della fanciullezza a Urbino e poi vissuto da protagonista nella Ferrara estense. L’esilio da quel mondo configurerebbe dunque la rottura di una cornice ideale, e tuttavia già in anni precedenti all’esplodere dei contrasti Tasso aveva lasciato segni di una visione all’insegna del disincanto a fronte del mondo di corte, riprendendo sia nel controverso episodio di Mopso dell’Aminta, sia e soprattutto nell’episodio di Erminia tra i pastori di Liberata VII alcuni tratti consueti della polemica anticortigiana. Probabile che la posizione tassiana vada collocata nel rimpianto di una corte ideale, all’insegna di magnanimità ed equilibrio, descritta nel Cortegiano di Baldassar Castiglione, e nella lucida visione di una situazione di crisi che dominava gli anni di fine secolo. Esemplari al riguardo alcuni passaggi sia dell’epistolario («E bench’io de le corti ch’or fioriscono, e de’ principi ch’or vivono, io non sia intieramente soddisfatto», T. Tasso, Le lettere, a cura di C. Guasti, 5 voll., Firenze, Le Monnier, 1852-55, vol. II, 290) e soprattutto alcuni passaggi del Malpiglio overo de la corte, dialogo del 1585, dove il Tasso allude all’«infingere», ad una mescolanza di simulazione e dissimulazione, come norma essenziale per la vita di corte, annunciando la dissimulazione onesta di Torquato Accetto di mezzo secolo successiva.




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