Il Sacco di Roma
Nel maggio del 1527, mentre Castiglione si trova in Spagna in qualità di nunzio apostolico presso la corte di Carlo V, le truppe mercenarie di quest’ultimo, di stanza in Italia, esasperate per i continui ritardi nel pagamento delle somme dovute, decidono di dirigersi verso Roma, e, animate da un violento sentimento antipapale, sottopongono la città a un efferato saccheggio. Civili ed ecclasiastici vengono trucidati, le donne seviziate, le chiese spogliate dei loro tesori, i simboli della religione volgarmente profanati. In questa situazione, che procura a Carlo V grave imbarazzo, sul piano morale e su quello politico, un giovane umanista della sua corte, Alfonso de Valdés, sicuro della protezione imperiale, scrive il Dialogo de las cosas occuridas en Roma, in cui il drammatico evento viene velenosamente giustificato, con toni insolenti e beffardi, sia dal punto di vista religioso che da quello diplomatico.
La risposta di Castiglione è una prova di temerario coraggio. Tenendo fede al suo alto ufficio di rappresentante ufficiale della Chiesa di Roma, egli scrive al Valdés una lunga lettera che, con logica stringente e spietata, denuncia la cruda tragedia consumatasi. Con impeto, ira e passione Baldassarre pronuncia un giudizio di condanna che, ai suoi occhi, non ammette repliche. Ciò che è accaduto gli appare la spia di uno scontro irrazionale che, in nome dell’odio diffuso in Europa dalla predicazione luterana, ha travolto ogni forma di civiltà e di rispetto. Nessuna colpa, da parte della Chiesa di Roma, in altri termini, può essere accampata come scusante per la barbarie che si traduce in dispregio dell’uomo e dell’umanità. Le parole di Castiglione risuonano come monito contro ogni tentativo di legittimazione del male che, in nome della contrapposizione di valori, opera nella storia: “Io non so imaginarmi come voi abbiate pensato che l’allegar questi inconvenienti sia a proposito per dimostrare che poco male sia lo spogliar le reliquie, o vere o false che si sieno, e che l’ammazzare i chierici, rubar gli altari e profanare tutte le cose sacre, ruinar le chiese e farle stalle da cavalli sia poco errore, perché dall’altra parte si trovino chierici che celebrino in peccato mortale e che fanno liti, e forse alcuni che vendono i benefizi. Veramente io non so chi sia tanto ignorante che non sappia che allegar inconvenienti non è solverli, e che il rimedio del male non è fare il peggio” (B. Castiglione, Lettere, a cura di P. Serassi, II, Padova 1771, 180).

