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Percorso tematico   Home Page > Percorso tematico > Lo straniero > I costumi (e le armi) degli altri

 I costumi (e le armi) degli altri

fotografia Nel Libro del Cortegiano Castiglione mette a frutto la sua esperienza di attento osservatore della mutevolezza e variabilità, nel tempo e nello spazio, delle mode e dei costumi. Nelle numerose corti visitate, in Italia e all’estero, egli verifica l’esistenza di lingue, stili e tradizioni differenti, per cui gli uomini parlano, si vestono e si comportano in maniera diversa da stato a stato, da città a città. Lo spettacolo si rinnova, ai suoi occhi, ad ogni occasione, fin dalla giovinezza: quando, a Milano, nel 1499 assiste all’arrivo dei soldati francesi; quando nel 1503 giunge per la prima volta a Roma; quando, nel 1506, attraversa l’Europa per incontrare a Londra il re Enrico VII. Gli altri, rispetto ai propri parametri di giudizio, appaiono stranieri, ed egli non cessa di sentirsi straniero rispetto agli altri: l’unico freno a tale deriva è costituito dalla cultura e dalla educazione, che, stabilendo norme e pratiche condivisibili, rendono possibile la vita associata. Si tratta di una dialettica che, in ripetute circostanze, viene ripresa e approfondita nel Cortegiano.

Nel primo libro dell’opera, per esempio, si rileva una profonda differenza tra la civiltà italiana e quella francese: mentre nelle corti italiane, infatti, il paradigma umanistico stabilisce che alla formazione del gentiluomo concorrano, insieme, le armi e le lettere, in Francia ancora vale il codice feudale e cavalleresco, che reputa disonorevole, per il gentiluomo, ogni tirocinio diverso da quello strettamente militare. In Francia, a differenza che in Italia, gli uomini di lettere sono reputati di nessun valore, e quando si vuole insultare qualcuno, per massima villania, lo si chiama letterato.

Analogamente, nel secondo libro, si constata, a proposito dell’abbigliamento, la codificazione di mode diverse in Francia, in Spagna e in Germania, e si lamenta il fatto che in Italia, per una immotivata sudditanza nei confronti degli stranieri, si sia rinunciato al consolidamento di uno stile nazionale: “In questo vediamo infinite varietà: e chi si veste alla francese, chi alla spagnola, chi vuole parere tedesco, né ci mancano ancora di quelli che si vestono alla foggia dei turchi; chi porta la barba, chi no. [...] Ma io non so per quale fato intervenga che l’Italia non abbia, come solve avere, abito che sia conosciuto per italiano: che benché l’aver posto in usanza questi nuovi faccia parere quelli primi goffissimi, pure quelli forse erano segno di libertà, come questi sono stati augurio di servitù” (B. Castiglione, Il Cortigiano, a cura di A. Quondam, Milano 2002, I, 133).

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