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Dell’Invenzione

Progettato nel novembre del 1849 e pubblicato nel 1850 fra le Opere varie, il dialogo Dell’Invenzione rappresenta il punto di approdo di un lungo itinerario di meditazione intorno alle questioni concernenti la creazione letteraria e artistica. In particolare il dialogo riflette la fase conclusiva del complesso rapporto intellettuale col Rosmini, fatto di sincera devozione e rispettosa amicizia, ma anche di nodi che Manzoni non sciolse facilmente. Nei colloqui e nel carteggio questi nodi vengono fuori in esplicite dichiarazioni di dubbio da parte di Manzoni: un primo dubbio è quello intorno al carattere innato dell’idea dell’essere; un altro dubbio riguarda la soluzione data al problema dell’origine del linguaggio. Il dialogo, in certo modo, “mette in scena” il percorso di riflessioni e di dubbi cha ha portato il Manzoni ad avvicinarsi al pensiero del Rosmini, affidando l’esposizione delle questioni all’articolata e vivace dialettica di due interlocutori, denominati “Primo” e “Secondo”, che vengono ascoltati da un terzo interlocutore, il quale nella finzione coincide con l’autore e, tranne una fugace battuta, fa da spettatore e giudice silenzioso. Il dibattito si articola intorno a tre questioni, rispondendo alle quali Manzoni chiarisce i propri debiti verso la filosofia rosminiana. La prima questione riguarda la sfera estetica, e cioè il senso della verità, o dell’idea, nell’arte (“Cosa fa l’artista quando inventa?”); la seconda attiene alla sfera metafisica e s’interroga sull’origine trascendente dell’idea (“Dove l’idea era prima di venire in mente a uno di noi?”); la terza riguarda la morale, o la trascendenza dell’idea di giustizia. Nel percorso lungo e tormentoso della meditazione manzoniana sull’arte e la letteratura il dialogo offre senz’altro un elemento di novità rispetto alle posizioni delineate nella Lettre allo Chauvet.  Del tutto autonoma rispetto alla storiografia, la poesia può giungere alla rivelazione dell’idea, di ciò che (rosminianamente) è eterno nel mondo; e dunque di una verità che la narrazione storica non può comunicare: la poesia “parla quasi un altro linguaggio […] perché ha cert’altre cose da dire”.

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