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Percorso tematico   Home Page > Percorso tematico > Luoghi manzoniani > La villa di Brusuglio

La villa di Brusuglio

fotografia A Brusuglio, nei pressi di Lecco, Manzoni compose in gran parte il suo capolavoro narrativo. La villa era appartenuta al conte Carlo Imbonati, che l’aveva lasciata in eredità a Giulia Beccaria. Il Manzoni restaurò la villa, dedicando una cura particolare all’ampliamento e alla valorizzazione del giardino, arricchendolo di piante rare e preziose. Egli fece largo uso di robinie ed è forse suo il merito di averne promossa e attuata, per primo, la diffusione in Italia. Racconta un aneddoto che, passeggiando Alessandro ed Enrichetta lungo il viale del giardino, la moglie abbia visto sull’orlo due giovani piante, vicine ma separate, di robinie e abbia voluto attorcigliarle insieme a simbolico auspicio per la loro vita coniugale. Manzoni era un botanico espertissimo e oltre alle tecniche da lui messe in opera nel giardino di Brusuglio (di cui v’è traccia anche nell’epistolario) lo dimostrano gli appunti di un Saggio di nomenclatura botanica (compreso fra gli scritti linguistici inediti) da lui composto con l’intento di riformare il modo di definizione delle singole specie di piante adottato da Linneo e in uso presso tutti i naturalisti. Ma forse quel giardino di Brusuglio, con quella ricchezza di piante, di fiori, di colori fu il corrispettivo reale di un momento notevolissimo dell’invenzione fantastica dei Promessi Sposi. Come l’altra villa, quella paterna del Caleotto, poteva aver influito sulla descrizione paesaggistica del primo capitolo del romanzo, così quell’“orto botanico” costituito dal giardino di Brusuglio poté suggerire allo scrittore quello splendido “pezzo di bravura” che è la descrizione della “vigna di Renzo” nella seconda parte del capitolo XXXIII, dove sono elencati un alto numero di piante e di fiori, minuziosamente nominati con precisa definizione botanica; e dove per la prima volta nel romanzo vi è un’esplosione di primaverile vitalità, che peraltro si trasforma in aggressività delle piante invasive e “malefiche” su quelle più deboli, disegnando un’allegoria pessimistica del mondo.

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