Gli amici romani
A Roma, tra il 1513 e il 1514, Castiglione stringe e coltiva rapporti di familiarità e amicizia con i protagonisti della vita intellettuale che gravita intorno alla curia di Leone X: Pietro Bembo, Iacopo Sadoleto, Bernardo Dovizi da Bibbiena, Tommaso Fedra Inghirami, Raffaello, Michelangelo, Antonio Tebaldeo, Federico Fregoso. Frequenta inoltre i circoli letterari di più schietta tempra umanistica, che fanno capo alle personalità di Blosio Palladio e Agostino Chigi, Angelo Colocci e Hans Goritz: qui approfondisce lo studio e la pratica delle scritture volgari e, soprattutto, latine, alla ricerca di modelli retorici e stilistici dentro cui trapiantare considerazioni di tipo morale e sapienziale.
Nel 1516, secondo una moda del tempo, compie una memorabile escursione archeologica alle rovine monumentali di Tivoli; lo accompagnano gli amici Navagero, Beazzano, Raffaello e Bembo (che della gita riferisce a Bernardo Dovizi da Bibbiena in una lettera datata 3 aprile). La comitiva è lo specchio delle frequentazioni di Castiglione sulla scena romana, in cui la poesia e la pittura, l’archeologia e l’erudizione si mescolano in una collaborazione feconda.
In questo periodo lavora alla prima redazione del suo capolavoro letterario, Il libro del Cortegiano, che viene terminata alla fine del 1515. La scrittura dell’opera obbedisce al desiderio di Castiglione di meditare sulla propria parabola di uomo d’armi e diplomatico, capace di guadagnarsi onori, prima durante gli anni della formazione milanese, poi a Urbino e Roma, al servizio dei duchi Guidubaldo e Francesco Maria. La ferita ricevuta al momento del distacco dalla patria mantovana non s’avverte più, e domina l’adesione entusiastica al mondo presente. Il testo ottiene subito l’attenzione dei contemporanei, come dimostra un carme latino di Guido Postumo Silvestri (Epicedium in matrem), a stampa già nel 1517, in cui Baldassarre compare come autore del Cortegiano, a fianco di Andrea Navagero e Marcantonio Flaminio.

