La morte di Guidubaldo
Nel marzo del 1508, insieme al cugino Cesare Gonzaga, Castiglione compone l’egloga Tirsi, che viene rappresentata alla corte di Urbino in occasione delle feste di carnevale. Nel testo sono celebrati gli splendori del mondo feltresco raccolto intorno alla duchessa Elisabetta Gonzaga.
Ma di lì a pochi giorni l’idillio si spezza. Nella notte tra l’11 e il 12 aprile 1508, infatti, a Fossombrone, dove si era trasferito in compagnia della duchessa, il duca Guidubaldo muore. Il dolore, per Castiglione, è sincero e intenso, come dimostrano le prime pagine del Cortegiano, in cui viene sublimata l’amarezza per la morte precoce e tristissima d’una personalità complessa e piena di fascino.
Traslata la salma a Urbino e subito officiate le esequie nella chiesa di S. Bernardino fuori le mura, dove Guidubaldo viene tumulato dinanzi al mausoleo del padre Federico, il solenne ufficio funebre si svolge il 2 maggio. Al cospetto dei cinque vescovi del ducato, la cerimonia è memorabile per le pompe dell’apparato e per la commossa e unanime partecipazione di signori e sudditi, laici e religiosi, gentiluomini e popolo comune.
Di fronte a un uditorio gremitissimo, prima dell’offertorio, “messer Lodovico [Odasi] da Padova, il quale era stato maestro del duca Guido e suo segretario, montò in pergamo e fece un sermone in lode del signor duca morto” (così Benedetto Capilupi in una lettera a Isabella d’Este del 7 maggio 1508); l’orazione, come riferisce l’indomani Giovanni Gonzaga al marchese di Mantova, “durete circa una ora, quale fu bellissima, per quanto dicono color che se ne intendono più de me” (A. Luzio e R. Renier, Mantova e Urbino. Isabella d’Este ed Elisabetta Gonzaga nelle relazioni familiari e nelle vicende politiche, Torino-Roma 1893, 183-185).
Tra maggio e luglio Castiglione compone per Enrico VII re d’Inghilterra l’epistola De vita et gestis Guidubaldi Urbini ducis: un solenne panegirico del duca defunto, intriso di affettuosa pietà e commossa ammirazione, che vale anche per ufficiale conferma dell’alleanza che Londra e Urbino avevano stretto, e che lo stesso Baldassarre, col suo viaggio, aveva contribuito a ratificare.

