La morte del principe
Fin dal primo incontro, avvenuto a Roma nel dicembre del 1503, Castiglione stabilisce con Guidubaldo di Montefeltro, duca di Urbino, un rapporto di profonda e intima corrispondenza, alimentato dalla condivisione dei medesimi ideali, umani e politici. Per questa ragione, nel giugno del 1504, Baldassarre domanda al marchese di Mantova, Francesco Gonzaga, licenza di entrare al servizio della corte di Urbino. Ma, di lì a qualche anno, nella notte tra l’11 e il 12 aprile 1508, Guidubaldo muore, stroncato dalle infermità che, fin dalla giovinezza, avevano cominciato a tormentarlo.
Simile evento procura a Castiglione un dolore sincero e intenso: di fronte alla scomparsa amara e precoce di una personalità complessa e piena di fascino, ricolma di ogni dote e virtù e a dispetto di ciò sfortunatissima, egli si interroga sul significato dell’esistenza umana e sui traguardi che, in essa, più meritano di essere perseguiti. Una tale riflessione domina nelle pagine della lettera a Enrico VII, re d’Inghilterra, scritta tra il maggio e il luglio del 1508, in cui, all’indomani della perdita di Guidubaldo, se ne propone un ritratto finalizzato a rilevarne le qualità essenziali. Guidubaldo è presentato come il prototipo del principe intellettuale: onesto, giusto e pacifico, a proprio agio coi libri e con le parole più che con le armi. Malaticcio e malinconico sempre, all’opposto del padre Federico, ma saldo nello spirito. Sconfitto nel corpo e dal suo stesso corpo, vince nell’anima: grazie alla propria magnanimità e alle conquiste interiori, che, all’opposto di quelle militari, nessun nemico (neppure la morte) gli può sottrarre.
La lettera a Enrico VII è percorsa e attraversata, in questo senso, dal mito di Guidubaldo. E l’identico motivo viene impiegato da Castiglione, nei capitoli iniziali del Libro del Cortegiano, per illuminare i risvolti positivi nella parabola dello sventurato duca:
La fortuna in ogni suo disegno tanto gli fu contraria che egli rare volte trasse a effetto cosa che desiderasse. E benché in esso fosse il consiglio sapientissimo e l’animo invittissimo, pareva che ciò che incominciava, e nelle armi e in ogni altra cosa, o piccola o grande, sempre male gli succedesse: e di ciò fanno testimonio molte e diverse sue calamità, le quali esso con tanto vigore di animo sempre tollerò, che mai la virtù dalla fortuna non fu superata (B. Castiglione, Il Cortigiano, a cura di A. Quondam, Milano 2002, I, 15).

